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Capricciosi e insoddisfatti. Tristemente soli e indivisibili. Malati della propria unicità se non addirittura insofferenti ad essa. Sono i numeri primi, le particelle aritmetiche non scomponibili. Commilitoni indipendenti uno dall’altro, ciascuno impegnato a brillare di luce propria. Davanti a tutti, dietro a nessuno.

Versando metaforicamente l’assioma matematico in una brocca calcistica dipinta d’azzurro, le “prime donne” o “titolarissimi” come avrebbe detto Mazzarri non mancano. Ognuno portatore della sua straordinaria specificità. Oggi mi diletto ad analizzare due sfumature apparentemente agli antipodi, protagonisti dei gossip di mercato di questa prima fascia estiva: Morgan De Sanctis ed Edinson Cavani. Numero 1 e numero 7. Uno a nord e l’altro a sud del campo, entrambi indispensabili e…insostituibili.

Eppure il piedistallo non è venerato da tutti allo stesso modo. L’estremo difensore abruzzese  sta lasciando sguarnita (si fa per dire) la porta azzurra perchè Benitez non gli avrebbe garantito il posto da titolare, marchiato nel suo background per semplice volontà divina, per le scelte cristallizzate di Mazzarri e per il valore tecnico dei suoi papabili “divisori”. Insomma, nel momento in cui viene messo in discussione, spuntano fuori l’orgoglio e l’ardore del numero primo. Voleva chiudere la carriera al Napoli, certo, ma crogiolandosi su un’esclusività piuttosto arbitraria e supponente, sovrana su qualsivoglia rendimento in campo. Ad onor del vero, anche il suo rapporto con la piazza si è un po’ incrinato nel corso della passata stagione, in seguito ad alcuni suoi strafalcioni e a qualche pungente dichiarazione (“Se i napoletani guardassero alla propria città come fanno con la squadra del cuore, Napoli sarebbe una città migliore“).

Il calcio non è matematica, è un’opinione. Tutti possono sentirsi utili alla causa, nessuno è indispensabile. E qui vi rammento il caso Gargano, numero 23 e altro esemplare della schiera di presunti inamovibili, ferito dall’acquisto di Behrami e pronto a lasciare la maglia. Una maglia per la quale non si lotta, in fondo, non si merita di indossarla.

Sull’altra sponda rileggiamo le vicende del Matador. Al contrario del suo compagno, il suo abito da numero primo era cucito su misura per indossarlo tra i vicoli di Fuorigrotta. Nessuno, probabilmente a lungo, avrebbe attentato alla sua eccezionalità, semplicemente perchè le sue statistiche lo incoronano tra i migliori marcatori della storia partenopea. Incredibile ma vero, la poltrona regale sembrava stargli stretta. L’esplosione ha deciso di maturarla Oltralpe. Ceduto lo scettro, ha preferito gettarsi in una fossa di campioni rischiando seriamente di essere inghiottito. Con un intero popolo ai suoi piedi, spesso magari anche invasore dei suoi spazi intimi, iniziava a sentirsi soffocato. Un numero primo atipico, incantato suo malgrado dalla volontà di essere un comune divisore. L’eccezione che conferma la regola. Ma quale regola? I numeri che contano, con tanti zeri e infinitamente divisibili, sono solo quelli sul conto corrente.

Ivan De Vita

Riproduzione riservata

Articolo modificato 11 Lug 2013 - 12:29

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redazione