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L’editoriale di Luciana Esposito: Edinson, così no.

Edinson, così no.

Anche tu, no.

Almeno tu, no.

Da te no, Napoli non se lo aspetta, non lo accetta e non lo può tollerare.

La morsa nella quale Napoli abbraccia i suoi idoli, sa essere asfissiante, insistente, morbosa, esuberante, eccessivamente ardente e straripante di impeto ed amore, ma erroneo sarebbe dedurre che questa gente non sia capace di allentare quella rasente presa per lasciare andare coloro che palesano la volontà di ammirare il Vesuvio solo in cartolina per approdare in altri porti e sposare altre cause, altri ideali, altri colori.

Contornati da una cornice di pubblico come quella che annovera Napoli?

Difficile, o meglio: improbabile.

Conclusione eccessiva/ estremista?

Assolutamente no.

Poiché in nessun’altra città radici, valori, credo, fede ed ideologie si fondono con la maglia della squadra che la rappresenta, come avviene tra Napoli ed il Napoli.

Per la gente di Napoli, il calcio non è “solo” uno sport ed il Napoli non è “solo” una squadra di calcio.

Esistono delle regole tacite, appartenenti ad una Bibbia mai scritta che, di generazione in generazione, si tramanda da padre in figlio e contiene i dictat sui quali si ancorano sentimenti e cultura ideologica di ciascun tifoso, quelli che ne plasmano il credo calcistico e ne forgiano lo spirito d’appartenenza ed è ciò che concorre a conferire peculiarità ed impareggiabilità al folkrore che contraddistingue il modo di tifare di Napoli, ma, al contempo, rappresenta anche la severa ed intransigente condanna di chi “ripudia” quei principi cardine, infliggendo crude e profonde pugnalate dritte nell’altero orgoglio partenopeo.

Napoli non perdona chi la svilisce e la spazientisce.

Risulta anomalo che Edinson questo non l’abbia compreso e che, nonostante abbia dimorato per diversi anni sotto lo stesso tetto che copre il capo di questo popolo, non abbia imparato a comprenderne idioma, senso del rispetto e principi etici e comportamentali.

O forse, il Matador è troppo sicuro di fare le valigie e lasciare Napoli, riuscendo così a raggirare l’ostacolo, non ritrovandosi occhi negli occhi con coloro che lo hanno osannato, enfatizzandone l’ascesa, da “calciatore qualunque” a “top-player”, senza essere, quindi, costretto a rispondere ad un semplice, ma tedioso e rigoroso quesito: Perché?

Perché non è un segreto che, da quando i gol di Cavani hanno iniziato a fare rumore, José Mourinho ha intrapreso un incessante “corteggiamento virtuale” a base di sms, finalizzati ad esaltarne le performance in campo, nei quali erano soprattutto esplicitamente insiti progetti e promesse.

Perché, come lui stesso ha asserito di recente, sarebbe un sogno essere allenato da un grande allenatore.

Eppure, chi le mani che lo hanno plasmato da “Botija” a “Matador” appartenevano ad un “allenatore provinciale”.

Perché, i segnali di fumo inviati dalla famiglia Cavani al Real Madrid a nome di Edinson, divenuti maggiormente insistenti negli ultimi giorni, rasentano il ridicolo e iniziano a sfociare nell’ingeneroso imbarazzo che poco ha di congeniale con il senso di gratitudine ed affettuoso rispetto che l’uruguaiano divenuto marziano in questa città, dovrebbe riservare a Napoli ed, ancora di più, alla sua gente.

Perché “diventare grande” per Edinson significa vestire la maglia di uno dei club baluardo d’Europa, quelli abituati a vincere tutto, quelli che schierano formazioni i cui elementi vantano ingaggi utopistici per la maggior parte degli abitanti del pianeta, quelli che sposano progetti e non sogni.

Eppure, il più grande calciatore di tutti i tempi, ha scelto Napoli, l’ha presa per mano ed ha saputo condurla verso il sentiero utile a conferire materialità e concretezza a sogni e speranze.

Diego era grande, ha saputo conferire lustro e sublimità a squadra e città e ha voluto diventare “immenso” indossando la maglia azzurra: quella dell’Argentina e quella del Napoli.

Non dimentichiamocelo mai.

Anzi, in questo momento storico, più che mai.

E se Edinson dovesse restare a Napoli?

Parliamoci francamente, qualora questo fosse l’epilogo dell’ultima desolante e caricaturale fiction attualmente in scena sulle rive del golfo di Napoli, la ragione sarebbe esclusivamente riconducibile al mancato accordo economico tra le parti, o meglio, tra i vari figuranti che predominano il set.

Superato ed aleatorio sarebbe sperare che le meteore che soggiornano nel cielo di Napoli, deliziandolo con bagliori ed iridescenze, non si trasformino in ingrate ed aride chimere, allorquando il loro tempo in questa sede è terminato.

Ma non chiedete a questa gente di trarre insegnamenti da quest’ennesimo, tanto probabile quanto sgradevole addio.

Vorrebbe dire pretendere che ripudino secoli di storia, quelli che hanno concorso ad imprimere nei loro cuori quell’incondizionato e disinteressato modo di amare e quindi di tifare.

Perché il tifo è la più sopraffina e veritiera forma d’amore che questo popolo è capace di sviscerare.

Lo hanno amato, soffriranno per il suo addio, ciò nonostante ameranno ancora, allo stesso modo, se non con maggiore enfasi, chi arriverà dopo di lui e soffriranno nuovamente anche quando l’ennesimo beniamino di turno, gli volterà le spalle.

I napoletani sono come i pugili: anche quando sono costretti in un angolo e gli vengono inferti violenti ganci ai fianchi, finalizzati a depauperarne fiato e forze per mandarli al tappeto, continuano a parare i colpi e rimangono in piedi, perché quel fuoco alimentato da orgoglio e passione che gli arde dentro, gli rende ferme ed instancabili le gambe.

I napoletani sono pronti a farsi macellare di botte, ma il ring non lo abbandonano mai.

Questo è l’elemento che più di ogni altro, li contraddistingue e li rende unici al mondo.

“La gente come noi non molla mai!”

Recita uno degli slogan intonati dai signori delle curve.

Anche se il pugno rifilato risulta essere uno dei più violenti ed infimi degli ultimi decenni, anche stavolta, Napoli barcolla, ma non mollerà.

Luciana Esposito

Riproduzione Riservata

 

Articolo modificato 15 Giu 2013 - 20:17

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Scritto da
redazione