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Careca racconta: “Uno Scudetto a Napoli vale più di 10 altrove! Maradona? Unico, anche come leader. Al primo allenamento…”

L’ex attaccante del Napoli, Antonio Careca, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni di Premium Sport nel programma “Nove – Storie di Bomber”, intervistato da David Trezeguet. Tanti i temi trattati dall’ex centravanti, molti dei quali riguardano il suo passato in azzurro e il suo rapporto con Diego Maradona.

LA PRIMA IMPRESA – “La mia storia è cominciata al Guaranì: vincemmo il Brasilerao battendo l’Internacional Porto Alegre di Falcao, il Vasco di Roberto Dinamite, il Flamengo di Junior e Zico, i giornali parlavano poco di noi ma quello che abbiamo fatto accade una volta ogni cento anni“. Infatti è l’unico titolo vinto dal Guaranì nella sua storia, con 13 gol in 28 partite di Careca: “Il più importante della mia carriera”, assicura lui. “Ma uno scudetto a Napoli ne vale 10 altrove“, aggiunge.

IL PRIMO VIAGGIO – “Quasi tutti i miei amici in Brasile non ci credevano che partissi per l’Italia: a me piaceva uscire con gli amici e fare festa. Mi dicevano: “Vai lì, stai un mese e torni indietro”. Ma per me era un sogno giocare con Maradona: ne parlammo anche con Diego nell’86, poi arrivai dopo un anno. Ricordo che i tifosi erano pazzi per i giocatori, non potevi uscire, neppure portare i bambini a scuola, andavo a Soccavo a fare allenamento e tornavo a casa, era una cosa pesante ma positiva: E poi ero al fianco del numero uno. All’inizio, però, nel ritiro di Madonna di Campiglio Diego non c’era. E io pensai “Cacchio…“. Poi non capivo la lingua, c’era un interprete, ma lui era esperto di opera, di musica. Non capiva niente di calcio e metteva in discussione quello che diceva Bianchi. Io gli dissi ‘Traduci e basta’. In Serie A il difensore più duro era Vierchowod, non si stancava mai. Ma anche Brio e Pasquale Bruno che menava“.

LUI E DIEGO – “La velocità che aveva, la visione di gioco: pensai ‘Devo migliorare tantissimo altrimenti faccio una figuraccia‘. Quando giochi con il migliore, non puoi arrivare dove è lui, ma devi avvicinarti. Lui neanche mi guardava in campo, era tutto automatico. Maradona aveva la palestra in garage e lavorava sui muscoli, veniva una o due volte a settimana ad allenarsi con la squadra: lui non ne aveva bisogno, doveva solo giocare. Sapevamo che la domenica veniva e decideva le partite. Il rispetto per la sua leadership era enorme, Spesso faceva le infiltrazioni per giocare e poteva stare a casa. A Stoccarda c’erano 30mila napoletani, non so come sono arrivati, a piedi, in treno, in aereo: abbiamo fatto la festa a casa loro. Io avevo 40 di febbre, Ferlaino arrivò e non mi salutò neppure. Mi disse solo: “Tu devi giocare”, volevo mandarlo a quel paese“.

IL GIAPPONE – “Sono arrivato lì e c’erano 600 persone allo stadio: all’allenamento uno aveva il pantaloncino nero, uno rosso, uno giallo. Poi dovevi sistemarti la tua roba nello spogliatoio e i giocatori fumavano e bevevano birra. Quando hanno imparato la disciplina, siamo andati in Serie A e abbiamo mandato 5-6 giocatori in nazionale“.

IL BRASILE DI OGGI – “C’è pressione anche da parte dei genitori: un ragazzo di 11-12 anni prende 10mila euro al mese. Io sono arrivato in Italia a 26 anni, ora arrivano in Europa a 13 anni. È un peccato: un bambino deve andare a scuola e divertirsi“.

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