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L’umore di una piazza come quella napoletana è difficile da misurare e quantificare. Non esistono mai mezze misure: il bicchiere o è mezzo pieno, o è mezzo vuoto. Il che può essere giusto, ma non sempre. Il Napoli, intanto, continua il suo percorso tra alti e bassi ma, per fortuna, il peggio sembra sempre più andar via e gli azzurri stanno ritrovando certezze e continuità. È vero, le sconfitte sono arrivate e gli stop non sono mancati, ma è altrettanto vero che il gruppo di Sarri sta riacquistando la sua fisionomia dopo un lecito, ma inaspettato, periodo di appannamento. È il grande paradosso di chi deve convivere con le pressioni e le attese: dei media, degli addetti ai lavori ed infine della piazza. Questa non è una accusa, sia chiaro, ma una constatazione perché, a Napoli, non si ha idea di quel che viene definito “giusto mezzo”, elemento di equilibrio imprescindibile. In questo momento, traslitterando messaggi filosoficamente più ampi e profondi, manca per l’appunto equilibrio: armonia, in una sola parola. 

Tre sconfitte sono bastate per far storcere il naso ai più, per fortuna non a tutti: in un mese circa è cambiato il mondo. Da Napoli-Benfica, a Besiktas-Napoli, con in mezzo le sfide contro Atalanta, Roma, Juventus e gli stessi turchi all’andata, per restare nel campo delle sconfitte, hanno ridimensionato il gruppo, la società e l’allenatore. Il passo è stato tristemente breve ed all’ennesima prova di maturità, l’esito è stato nuovamente insufficiente: per un progetto vincente serve anche un ambiente pronto a vincere. Le cose non sembrano andare così e, allora, Sarri diventa integralista (e sia chiaro, è un bene: se integralista significa esprimere il più bel calcio d’Italia, ben venga). Per alcuni non mangerà il panettone, e cioè verrà esonerato entro e non oltre il mese di dicembre. Questo è un problema culturale molto più ampio: il calcio italiano vive di approssimazione e si ferma alla superficie, senza scavare in profondità. È il caso tangibile di Frank de Boer, che saluta la Serie A dopo solo tre mesi vissuti, peraltro, da bersaglio di stampa ed addetti ai lavori. Ma questa è un’altra storia. I più invocano Rog, ancora, senza mai averlo visto in allenamento e, in alcuni casi, senza mai averlo visto nel suo precedente club, nemmeno ai preliminari di Champions. Sono gli stessi che invocavano l’uso di Diawara al posto di un Jorginho in evidente stato confusionale: è andata bene e allora Sarri è un visionario. Fosse andata male, alla ghigliottina sarebbe finito solo e soltanto il tecnico: incapace. 

La questione diventa più ampia quando, nell’occhio del ciclone, finisce la società che, ad onor del vero, ha condotto la miglior campagna acquisti degli ultimi anni: investendo, con ponderatezza e progettualità, su giovani di prospettiva già pronti e in procinto del definitivo salto di qualità. È il caso di Rog che, fidatevi, conquisterà. È il caso dello stesso Diawara, di Zielinski, che da subito si è saputo imporre. Dello sfortunato Milik che rappresenta, comunque, il centravanti del futuro: uno che, a ventidue anni, nell’anno dei prezzi folli di un mercato che non ha conosciuto limiti, è stato persino pagato poco. Ed uno che aveva cominciato subito bene, confermando le premesse: alla sua età ha realizzato più gol di campionissimi come Ibrahimovic e Suarez. Ebbene se il Napoli perde la colpa è, non si sa perché, di De Laurentiis, reo di tagliare le gambe a chi invece sogna in grande, forse troppo: ad onor del vero, l’economia nel calcio di oggi ha il suo perché e, oltretutto, la società ha sempre e solo parlato di crescita graduale negli anni per arrivare, dopo un determinato periodo di tempo, al momento dell’esplosione totale. Nessuno ha parlato di scudetto, nessuno ha parlato di caccia alla Juventus. Se poi gli azzurri tengono testa ai campioni d’Italia, è un altro paio di maniche. Se poi il Napoli a Torino fa la sua partita, con personalità e non demerita, non significa che vincerà lo scudetto.

Manca, dicevamo in principio, il giusto mezzo: virtù ai più sconosciuta e senza la quale però non si può andare avanti altrimenti si rischia un’implosione generale che comprometterebbe quanto di buono fatto in quest’anno e mezzo di gestione Sarri. Servono tempo e pazienza, ma soprattutto equilibrio: quando la piazza se ne renderà conto forse, e solo allora, si potrà ambire al meglio. E si potrà anche ferocemente criticare: ma con accuse concrete e non con fittizie colpe che, con tutta l’oggettività del mondo, né allenatore, né calciatori né società hanno.

GENNARO DONNARUMMA

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Scritto da
redazione