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“Giuvinò, avete visto questo ragazzo del Napoli? Quello che tiene il nome strano! Mio nipote va pazzo per lui, quando segna per poco non mi fa venire una cosa al cuore. Io non è che ci capisco molto di pallone, però so’ contenta quando il Napoli vince”. È una normale domenica mattina in quel di Napoli, c’è una regolare anzianotta che va dal pescivendolo e si intrattiene con lui per due chiacchiere. Il rapporto esercente-cliente è qualcosa di indecifrabilmente amichevole per le vie di Parthenope. E allora si finisce a parlare per minuti interi del più e del meno. La famiglia, il tempo, i soldi e sì, anche il Napoli. Che da queste parti identifica il singolo individuo, lo cataloga nel prototipo perfetto di partenopeo. Tifoso e cittadino camminano sullo stesso binario, talvolta in parallelo, altre volte deviando e incrociandosi fra di loro. Scontrandosi? Macchè, si fondono perfettamente, diventano un tutt’uno.

Napoli s’identifica nel suo Napoli e nei beniamini che ne indossano i colori: Arkadiusz Milik ha impiegato pochissimo per fare breccia in quei cuori che avevano promesso che no, non si sarebbero mai più innamorati di un calciatore. “Solo la maglia”, dicevano in preda a deliri post-tradimento. E invece no, il gigante polacco ha scagliato le sue frecce in rapida successione come Cupido. O, volendo, si è reso protagonista di un miracolo. Sacro e profano. Religione e tradizioni popolari. Il Napoli, in fondo, appartiene all’ultima categoria. Sant’Arkadiusz si è manifestato in una serata d’inizio autunno, in un San Paolo spento e provato dal pareggio del Bologna. Il primo prodigio sta tutto nel far rialzare la testa all’intero popolo di Fuorigrotta, a far spuntare il sorriso sui volti dei tifosi, la carica su quelli (spenti e provati anch’essi) dei compagni. Spunterà, forse, il sole, a far capolino e ad abbracciare la città dopo le nuvole del sabato pomeriggio. 

Un sole – metaforico – è già spuntato: le nuvole si erano già addensate, racchiuse in un destro tanto potente quanto parabile di Verdi. Poi, però, Sant’Arkadiusz. E i due goal. Il primo da rapace: appare magicamente alle spalle dei difensori bolognesi. Increduli, spalancano gli occhi mentre lo vedono depositare in rete il pallone del 2-1. Il secondo è poesia: la sublimazione della forza fisica applicata all’estetismo racchiuso in un pallone. Il calcio, quello bello, quello che piace a noi e ci scalda i cuori, per farla breve.

Così come si è scaldato, un giorno all’improvviso, il cuore di Napoli. “Solo la maglia”: no, Napoli è così, s’innamora di chi ne indossa fieramente i colori. E ora s’è innamorata di un ragazzone che di partenopeo non ha (quasi) nulla. La domenica mattina trascorre placida in attesa del pranzo. Stavolta in tavola la nonna metterà anche l’allegria: il Napoli ha vinto e siamo tutti più felici. E per un po’ ci dimentichiamo i problemi: se non è un miracolo questo…

Vittorio Perrone
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Articolo modificato 18 Set 2016 - 13:52

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Vittorio Perrone
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