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Annata 1996-97, al San Paolo il Verona inchiodava gli azzurri sul pari, ma ecco dalle retrovie insorgere Milanese…

Pezzi di storia, seppur non estremamente gloriosa, appartengono alla leggenda calcistica partenopea, in alcuni frangenti indimenticabile semplicemente perché sinonimo di sofferenza, di strenua caparbietà che esula in maniera non certo voluta da tecniche sopraffine e principi calcistici d’alta scuola, ma che raggiunge risultati semplicemente perché quel vecchio e malandato motorino del cuore si mette in moto per tutti i novanta minuti, dimenticandosi delle trame maradoniane di qualche decennio prima, e con fatica, sudore, strafalcioni e botte di fortuna, arranca fino a conquistare l’intera posta, la battaglia intera, la gloria. “Qui fu Napoli” questa volta vi porta alla memoria un Napoli bruttino, “fanfarone”, giullare della tecnica e burlone delle trame intense che macinano gioco e risultati, quasi una bestemmia per i maestri allenatori dell’epoca, non certo per il buon vecchio Simoni che facendo di necessità virtù tira a campare con quello che il convento (e cioè l’acciaccato ma sempre sul pezzo Ingegner Ferlaino) passa ed è in grado di fornire alla piazza, quest’ultima sull’orlo di una crisi di nervi, d’identità, condannata a convivere con una prematura menopausa che farà conoscere il sapore amaro della retrocessione e del fallimento qualche stagione più in là. Arriva al San Paolo il Verona, in un campionato che sembra trionfale ed ingannevole, visto che la maggior parte dei punti degli azzurri sono arrivati per gol rocamboleschi nel finale di gara, la tappa contro i gialloblù potrebbe significare raggiungere vette insperate e festeggiare il giorno dell’Immacolata pensando a ciò che mai s’era immaginato, un campionato da protagonisti. Gli illusi gongolano, i pessimisti sono spettatori alla finestra del match contro una compagine che retrocederà a fine torneo e che mai si sentirà in grado di poter dire la sua al cospetto di un campionato troppo imbottito di campioni per poter recitare il ruolo di “squadra destinata alla salvezza”. Nella fila veronesi anche l’ex azzurro Baroni autore del gol vittoria contro la Lazio che decretò il secondo tricolore all’ombra del Vesuvio.

Resta il racconto del match, una partita che il Napoli non ha mai lasciato nelle mani dell’avversario, nonostante la variante tattica non da poco che all’epoca stuzzicava spesso Simoni, e cioè quella di arretrare il francese Boghossian nel ruolo di libero, portando a centrocampo il brasiliano Cruz, questo significava sacrificare la fantasia di Beto in favore della tenacia e sagacia tattica del geometra della mediana Bordin, Caccia ed Aglietti avevano il compito di finalizzare le trame gestite dal pendolino della corsia Turrini, uomo più ispirato quando si trattava di manovrare la palla dalla cintola in su. Ma la partita non la sblocchi con le chiacchiere, ci vuole ben altro per far saltare il fortino di mister Cagni, senza dimenticare che la punta di diamante Maniero non aspettava altro che punire la retroguardia alla minima distrazione. Ma di divaghi non ne arrivano, anzi il Napoli prende pali con Turrini e Pecchia, e stuzzica spesso l’estremo difensore veronese Guardalben che risponde presente più di una volta, mettendo in evidenza una sterilità in attacco che preoccupa (la testimonianza di quella che sarà una certezza è dovuta dal numero di gol del maggior cannoniere azzurro, Alfredo Aglietti, che chiuderà la stagione col magro bottino di otto reti).

Nella ripresa Simoni cambia disco, al posto della “cavalcata delle valchirie” con Caccia ed Aglietti mette su una “samba” brasiliana marcata Caio e Beto, lasciando in campo l’unico che sembra vedere la porta, il buon Alfredo per l’appunto, che però si divora un gol che sembra già fatto, per la serie “questo lo segnavo anch’io”. Non è che cambi un gran che, il Napoli mantiene il pallino del gioco, porta avanti la padronanza territoriale ma pecca in fase conclusiva, anche con le incursioni di Cruz, Boghossian, Pecchia….nulla da fare. Ma nel calcio, come nella vita, se t’arrendi non vivrai mai momenti topici che ti faranno toccare il cielo con un dito, come successe quel giorno al terzino azzurro Milanese, “operaio” della fascia sinistra, faticatore e macinatore di chilometri più che di cross buoni per le teste altrui, non per mancanza di volontà certo, ma per quella idiosincrasia dei propri piedi, maleducati e traditori se si tratta di traiettorie precise e invitanti, molto meglio se si parla di pedalare, interrompere, distruggere azioni dell’avversario, ma in quei pochi secondi accadde che la perseveranza nell’attaccare la porta veronese doveva premiare qualcuno, chi meglio di un umile marcantonio come lo era Mauro, autore di una partita di sacrificio e dedizione al lavoro per ricevere la benedizione del gol partita?

A volte il calcio sa essere anche giusto, ed allora ecco che Aglietti, a poche manciate di secondi dal termine, va a recuperare un pallone gestito male e che quasi si accingeva a terminare sul fondo, lo lavora di fisico, si crea
uno spazio, lo prova a concludere in rete, ma gli stinchi di troppo di qualche selva di difensori gialloblù sono in grado di fare scudo, la sfera sembra aver perso la verve per poter essere rimessa in area, Colonnese, spintosi in avanti a cercar fortune, entra in scivolata per anticipare l’intervento risolutore di un occasionale calciatore del Verona trovatosi lì per caso, tocca il pallone quel tanto che basta per avvicinarlo al destro di un instancabile ma impreciso Aglietti, che accortosi del grido “lasciaaa” di un compagno alle sue spalle, soltanto alla vista del pallone che s’insacca inesorabile come un fendente, rasoterra ed imprendibile per il bravissimo Guardalben, si accorgerà poscia che l’autore di tale conclusione era il compagno Milanese, l’eroe dell’ultimo respiro, capace di accendere la miccia dei cinquantamila del San Paolo, è gol, è sublime gioia, è la vittoria meritata, è un successo che non si può dimenticare, per come è stato costruito, perché è avvenuto contro una rivale storicamente odiata per precedenti ben noti, volendo annoverare sia i simpatici sfottò relativi a Giulietta, ma senza dimenticare le offese brucianti inneggiante il “solito” Vesuvio e cattiverie gratuite similari, insomma un match che difficilmente si può cancellare dalla memoria perché collima con l’esempio della vittoria per antonomasia, arrivata dopo una lunga sofferenza, all’ultimo minuto, gettando giù dalla torre una delle più acerrime nemiche. Trovateci voi un momento in cui il napoletano ha goduto di più, a parità di evento s’intende, potremmo quindi convenire che un successo del genere può essere secondo solo alla vittoria di uno scudetto, una coppa, subito sotto alle imprese contro le grandi squadre Juve, Milan, Inter, insomma tenetela pure in bella vista nell’album dei ricordi azzurri più alti che la storia ricordi.

Ecco le immagini di quel rocambolesco match:

Articolo modificato 25 Ott 2014 - 18:44

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Scritto da
redazione