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Serie A sull’orlo del baratro, immobilismo voluto dai club: ricavi limitati e scarso appeal estero

Ci saranno pure questi 114 milioni di euro in più da spartirsi nel triennio 2015-2018 mangiucchiandosi la torta dei diritti tv. Ce ne sarebbero potuti essere altri 130. E in assoluto quel segno più non va ascritto come un merito della Lega di Serie A, ma letto come il frutto di uno spalla-spalla estenuante tra Sky e Mediaset. Quindi la montagna – il Palazzo di via Rosellini a Milano – ha partorito un altro topolino o giù di lì. L’immobilismo che regna nasce da una regia nemmeno troppo occulta da parte dei club, che rende l’organo sovrano spesso incapace o impossibilitato a deliberare. Oppure costretto a deliberare su beghe condominiali tra pochi: come avvenne nel caso dell’ultima Supercoppa tra Juventus e Lazio, per la quale Roma fu preferita a Pechino e i denari vennero di nuovo ripartiti tenendo conto delle recriminazioni sui danni subiti. Già, il dio denaro: quello che muove alleanze, “lunghi coltelli”, quello che spinge a ritrovarsi o ad allontanarsi tra club. Così anche quel che di buono talvolta emerge è schiacciato da una quotidianità pesante: la finale di Coppa Italia del 2013 fu una grande festa di sport (ed era il derby Roma-Lazio), l’ultima è sfociata nella tragedia 53 giorni dopo la partita tra Napoli e Fiorentina (per l’agguato mortale a Ciro Esposito a Tor di Quinto) e anche dentro l’impianto ne sono successe. In tutto questo il calcio vero, quello giocato e amato dalla gente, ne esce sconfitto.

SCELTE E NON SCELTE – Torniamo indietro, a Calciopoli, a quel moto popolare collettivo che spinge il calcio, quasi lo obbliga a rileggersi e a riscriversi. Nell’agosto 2006 finisce l’era Galliani al timone in via Rosellini, il diktat è che non ci può essere un dirigente di club che svolge la funzione di controllato e controllante. Arriva (o meglio torna, 19 anni dopo) Antonio Matarrese per un triennio di presidenza che finisce il 25 agosto 2009. Calciopoli è lontana, il colpo di reni è ancora delle società che vogliono riprendersi lo scettro. Il prescelto è Maurizio Beretta, una carriera da giornalista in Rai, poi la Fiat, Confindustria, un ottimo manager legato al mondo finanziario e politico che conta: in lui, si dice, c’è anche la garanzia di arrivare in tempi brevi a una legge sugli stadi. I tempi non saranno affatto brevi, la legge sugli stadi arriverà quasi per forza d’inerzia e mortificherà peraltro, in alcuni aspetti, la sete di business commerciale e immobiliare dei presidenti-imprenditori e degli imprenditori puri. E attenzione perché nel marzo del 2011 Beretta va in Unicredit come responsabile delle comunicazioni restando in attesa che la Lega partorisca una nuova nomina. Niente. Il 18 gennaio 2013 gli chiedono di restare quasi a furor di popolo. E, senza voler personalizzare fallimenti, la scia resta quella dell’immobilismo. Beretta è un manager puro, anche lontano dal calcio, stretto nel meccanismo di voto che i club hanno pensato e voluto in Lega: in questo momento, stretto anche nel dualismo Lotito-Agnelli, con Galliani nell’abile ruolo di tessitore-mediatore. Colpa di un sistema che si autoalimenta e si autodifende così da anni. Non ci fosse il segretario generale Marco Brunelli, tecnico esperto, quello che tiene in moto tutta la macchina organizzativa, non ci sarebbe nemmeno il poco che si è fatto. Quando tocca ai club fare, decidere, gli interessi diventano piccoli, parcellizzati, mai comuni.

Stadi, sicurezza, vivai: zero. C’è un Consiglio da cui in questo momento Inter, Juventus e Roma sono fuori: tre colossi del calcio, con la Juve che è tornata a vincere e quindi a muoversi in antagonismo con il Milan sulle scelte politiche. L’immobilismo è generalizzato. Gli stadi? C’è sempre un alibi buono e quello della legge per molti versi lo è stato: nel frattempo di impianti nuovi solo due, quello della Juve (e c’è chi sussurra a voce bassa bassa che sia anche l’unico veramente a norma) e quello dell’Udinese che vedrà la luce il prossimo anno. In un convegno alla Scuola Superiore di Polizia, lo scorso mese di febbraio, proprio Marco Brunelli non potè nascondere la «vergogna» per lo stato degli impianti italiani. Per non parlare della sicurezza, tema di grande, grandissima attualità. Lì l’alibi dietro cui nascondersi è diventato il Viminale. Il ministro Alfano è stato chiamato a via Rosellini per un confronto in piena emergenza-razzismo e, praticamente, per un aiuto che è arrivato con l’istituzione di una task force, una sorta di balia del mondo del calcio, coinvolto peraltro direttamente nei lavori di questo organismo: nei tempi attesi, tre mesi, è stato prodotto un documento analitico, ma da allora le misure organizzative (ticket on line, settorializzazione delle curve per agevolare i controlli anti cori razzisti) non hanno ricevuto il minimo input dalla Lega. E le società, alle quali va benissimo così, aspettano ferme. Tutto è rimasto, così, sulla carta. Come tuttora vuota è rimasta la figura del Supporter Liaison Officer voluto dalla Uefa: il dirigente addetto alle tifoserie, una figura che i club sembrano aver subìto e mai pienamente condiviso. Nel progetto della task force c’è anche il coinvolgimento dei campioni nelle scuole (organico, non sporadico come avviene ora per iniziative private), ci sono i premi per i comportamenti virtuosi delle tifoserie in trasferta. C’è tanto. Ma così come il ministro dell’Interno – probabilmente la prossima settimana – porterà in Consiglio dei Ministri le misure repressive inasprite (daspo fino a otto anni ed esteso anche ai reati fuori lo stadio), il mondo politico e istituzionale si sarebbe atteso maggiore rapidità da parte di Lega e club nella stesura delle misure organizzative: evidentemente non è ancora chiaro alle società che questi aspetti non possono essere di competenza dell’Interno, uno dei ministeri più delicati e importanti del Paese. E il campionato a 18 squadre? Va bene alle big, meno a piccole e medio piccole che vedono lo spauracchio della retrocessione e del danno economico. Si discute. Come i conti sulle rose dei giocatori e sui costi vanno invece fatti per la valorizzazione dei vivai. Stanno ancora lì a decidere se ci sarà il campionato riserve dopo che le altre Leghe hanno detto no alle seconde squadre. E non decidono. Intanto l’ultimo campionato Primavera ha portato il 14,6 per cento di stranieri nelle 42 squadre: 181 su 1232 giocatori. Sembrano pochi, sono 4,3 per squadra. Il dio denaro, i piccoli interessi, l’orticello. Una logica da cui bisogna uscire. Subito.

Fonte: Corriere dello Sport

Articolo modificato 28 Giu 2014 - 09:27

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redazione