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L’Italia s’è desta, in 20.000 a Scampia per l’ultimo saluto a Ciro Esposito

Scampia, Italia: forse c’è una luce in fondo alla coscienza di questo Paese, che trascinato al di là dei suoi steccati calcistici, consegnato al dolore insopportabile d’una tragedia, lascia a Ciro la testimonianza d’una sensibilità ch’esiste quando non c’è la «faida» d’una partita a governar se stessi. Scampia, Italia: c’è una muraglia umana estesa che va da Nord a Sud, che si collega con le Isole, che piange commossa ed è lì per Ciro, ventinove anni spazzati via da un delinquente, e ora un’onda anomala – composta e rispettosa, imponente e realmente oceanica – che soffre di suo e si duole e si contorce nel silenzio d’una giornata che sa di lutto collettivo, di Scampia e però anche dell’Italia.

VENTIMILA. In piazza “Grandi Eventi” c’è una “macchia” di dimensioni irriproducibili, saranno diecimila e forse quindicimila e sino a ventimila: ma sono tutti piegati, e realmente, dallo strazio, sembrano degli automi negli applausi, cantano alla fine con Nino D’Angelo, però cercano Ciro nelle gigantografie di quel sorriso morbido e tenerissimo e lo seguono mentre la bara s’incammina per il suo ultimo viaggio. “Che il sacrificio di Ciro non sia vano, che la memoria di Ciro porti pace, gioia e amore. Mantenete alta la bandiera dello sport”.
Scampia, Italia: le parole che restano scolpite nella carne, che sembra ti strappino la pelle e pure l’anima, le lancia al cielo Antonella, molto più d’una madre-coraggio, e in quell’invito c’è la regalità d’una civiltà che non ha frontiere. “Grazie a tutti quelli che sono venuti, a quelli che hanno partecipato al nostro dolore, ai tifosi di tutti il Mondo”.

L’ITALIA S’E’ DESTA . Sembra d’essere in un giardino, tra ghirlande di orchidee e cuscini di fresie e fasci di rose rosse e bianche e fiori di campo rinfrescati dalle lacrime di una vastità di gente arrivata da Catania e Palermo o da Genova e Milano, ch’è approdata sin qui da Ancona o da Firenze, dalla Roma laziale e da Taranto, da quest’Italia che “dentro” è più bella di quello che ci appare di domenica, mentre insegue un pallone attraverso il germe della follia che ha ucciso Ciro.
Ma la mestizia è universale, c’è una partecipazione totale, ci sono le curve di quest’Italia ch’è rappresentata anche da Genny a carogna, c’è la sciarpa dei tifosi del Borussia Dortmund e la lettera che Joseph Blatter ha inviato alla famiglia Esposito: “La Fifa e tutto il mondo del calcio si stringono intorno a voi per la tragica scomparsa di Ciro, ragazzo dal cuore grande, che aiutando altre persone ha perso la sua vita. La vita è troppo preziosa per perderla per un atto di violenza intollerabile: non è giusto che un ragazzo di 28 anni debba morire in questo modo. La Fifa esprime il proprio cordoglio per la perdita di un ragazzo che amava il calcio, la sua squadra e la sua città”.

GIUSTIZIA SIA FATTA .
 Ciro è di tutti, è nella fiaccolata che nell’ultima notte gli viene dedicata al Rione Santa Rosa a Ponticelli, è nelle frasi prive di retorica che il presidente della Repubblica fa arrivare attraverso un telegramma alla famiglia Esposito, è di quella Napoli che Luigi De Magistris, il sindaco, rappresenta con quella faccia ch’è trasfigurata e quell’intervento che si trasforma in un’invettiva: “Per quello che è successo a Ciro Esposito, paghi chi ha sbagliato, anche chi non ha garantito, quel tre maggio, l’ordine pubblico; perché quel giorno a Roma l’ordine pubblico non ha funzionato”.

ADDIO. L’afa, che spinge ad anticipare il funerale con il rito evangelico non scioglie quel cordone umano e fin quando è possibile, restano in tre o quattromila, sfollando verso l’autolavaggio, quel microcosmo grazie al quale Ciro voleva costruirsi la propria “favola” con la sua Simona che ora implora “sotterrate la violenza”. La morte non è niente: Scampia, Italia, Mondo, chissà se ci sarà un’altra vita, Ciro.

Fonte: Corriere dello Sport

Articolo modificato 28 Giu 2014 - 09:06

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