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C’è poco da scrivere. Il magone ti sale fino alla gola e ti blocca il respiro. Nell’orrenda giornata di ieri, mentre Ciro se ne andava e i giornali facevano a gara a chi dava prima le notizie della sua morte, a chi le smentiva, a chi le stampava a caratteri cubitali sul proprio sito per ottenere qualche mi piace in più, dicevo, nella giornata di ieri ad andarsene è stata pure la passione. La passione calcistica. E non è stata colpa dell’Italia mondiale.

Non è stata colpa di Prandelli, di Balotelli, di Immobile, perduti a passeggiare dietro un pallone dall’altra parte del mondo. Non è stata colpa di chi si dimette. Non è stata colpa di Suarez. Ad essere sbagliato è il sistema. Perché morire per una partita di calcio non ha senso. Fermiamoci. Pensiamoci. Tutto questo non ha senso.

All’alba del giorno dopo, quando Ciro se n’era andato per sempre, la reazione è stata dura da digerire. Ma tra i tanti giornali sfogliati uno ha fatto la differenza. Perché “Il Romanista” ha deciso di aprire a tutta pagina con una scritta giallorossa per un partenopeo: “FORZA CIRO”. Quella scritta può e deve essere il punto di partenza per tornare alla normalità. Quelle due parole possono e devono essere un messaggio per i napoletani.

Non è mancato, come sempre, il solito cretino di turno che ha irriso Ciro su Facebook. Ma a centinaia, a migliaia, sono stati i commenti dei romanisti perbene. Perché un pazzoide fascista non può essere identificato con una tifoseria intera. Perché dopo questo giorno niente può tornare come prima. Per Ciro, per la famiglia, per i tifosi tutti.

Occhio per occhio rende il mondo cieco, diceva un detto. “Non si lava il sangue con altro sangue”, diceva Dostoevskij. Quello che serve, ora, è Giustizia, quella con la G maiuscola. Non si può morire di calcio. Basta.

Raffaele Nappi

Articolo modificato 25 Giu 2014 - 16:25

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