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Gli echi della finale di Coppa Italia riecheggiano ancora nell’aria satura di parole proferite da questo o quel personaggio, più o meno competente in materia di calcio e di violenza associata alle manifestazione sportive. Giornalisti, opinionisti televisivi, rappresentanti delle istituzioni, calciatori, ultrà. Tutti ad esprimere un giudizio prima sulle immagini che hanno fatto il giro del mondo e successivamente sulle decisioni prese dalla giustizia sportiva sui fatti accaduti all’Olimpico di Roma.

La vittoria del Napoli è quindi passata in secondo piano ed il calcio giocato e le gesta sportive hanno lasciato il passo ancora una volta alla cronaca nera prima ed alla giustizia sportiva in seconda istanza, miscelata ad una buona dose di esibizionismo mediatico, strumentalizzazione a fini elettorali e manifestazioni di palese ingestibilità del problema.

THE IRON LADY – Nell’oceano di dichiarazioni rilasciate nei giorni concitati seguiti all’evento sportivo, spesso si è sentita aleggiare la figura (quasi mitologica) della “lady di ferro” inglese, Margaret Thatcher. L’ultimo a chiamare in causa l’unico primo ministro donna della storia Inglese, è stato il Presidente del Coni Giovanni Malagò: “Dobbiamo fare come la Thatcher con gli hooligans”,  le sue parole. Tutto ciò suona quasi come un ritornello proferito a mo’ di filastrocca, come se il solo chiamare in causa la nota conservatrice britannica fosse una soluzione immediata a tutti i mali di cui il nostro paese (non solo il nostro calcio) è afflitto. Rimane il dubbio che a tante belle dichiarazioni, talvolta di facciata, facciano seguito in tempi paragonabili alla vita media di un individuo italiano, provvedimenti che siano soluzione drastica e non (come si è solito fare in Italia) un paliativo che ci traghetti nel silenzio generale sino alla prossima “emergenza violenza negli stadi”. Qualcosa che vada al di là dei soliti titoli da prima pagina come “pene esemplari” e “tolleranza zero” oppure il classico “una tragedia annunciata” se l’evento assume proporzioni impensabili.

ANNI ’80 – PRIMA L’HEYSEL POI HILLSBOROUGH – Ma andiamo per gradi e cerchiamo di capire quali e quanti furono i provvedimenti adottati dall’allora governo inglese per arginare quello che fu definito “fenomeno hooligans”. Tutto ciò nell’ottica di comprendere se e come tali soluzioni possano essere applicate alla nostra realtà, profondamente differente da quella d’oltremanica, o se possano semplicemente essere presi a modello, salvo poi modularli alle specifiche necessità del Bel Paese, rendendole immediatamente attuabili. Il tutto è datato metà degli anni ’80, quando i fenomeni di violenza associati al calcio erano consuetudine non solo in terra inglese, ma esportati come merce pregiata anche oltre i propri confini. Inutile ricordare la tragedia dell’Heysel datata maggio ’85 (39 morti) nota ai più e tramandata di padre in figlio come un qualcosa da non far accadere mai più. Non fu infatti quello il solo episodio tristemente da ricordare. Aprile ’89, si contarono ben 96 vittime per l’incontro di FA Cup tra Liverpool e Nottingham a Sheffield. Troppo tangibile il problema per non porvi argine in qualche modo, e l’allora governo britannico ritirò le squadre militanti in Premier da tutte le competizioni internazionali, privando di fatto milioni di tifosi dell’ebbrezza delle coppe europee. Non fu fatto lo stesso per i campionati nazionali che continuarono ma che dovettero sottostare a due precetti guida: prevenzione e repressione.

LA RICETTA ENGLISH – Le misure varate in tempi più o meno ravvicinati, attuate in modo perentorio e modificate rendendole più efficienti negli anni furono in sostanza.

1. Uso di telecamere, capienza minimo 20000 posti, eliminazione delle barriere con il campo, seggiolini in ogni settore;

2. Sorveglianza affidata ai club con un servizio d’ordine stipendiato dalla società;

3. Creazione di una speciale squadra di polizia, la National Football intelligence Unit;

4. Divieto di rapporti società tifosi;

5. Istituzione di un numero verde a disposizione di chiunque voglia denunciare;

A queste andranno poi aggiunte ulteriore modifiche, che riguarderanno l’impossibilità di consumare alcolici, la possibilità di processi per direttissima anche solo per insulti verbali, sequestro del passaporto in via preventiva se personaggio è potenzialmente pericoloso.

Non furono rose e fiori da subito, ed ancora oggi in terra britannica c’è chi considera quelle regole troppo stringenti e colpevoli di contribuire a rendere il calcio uno sport di élite, allontanando dagli stadi la “working class”.

BEL PAESE – E’ tutto ciò attuabile in Italia tal quale? Possibile prendere spunto dall’esperienza britannica tout court? Noi di Spazio Napoli l’abbiamo chiesto a Luca Manes, giornalista e autore di numerosi libri sul calcio di oltre manica (clicca qui per l’intervista integrale). Che sia o no applicabile, urge una soluzione ed al più presto, regole precise che vadano rispettate non solo per pochi mesi ma con la costanza british che forse, almeno quella, dovremmo importare.

Antonio Picarelli

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Articolo modificato 10 Mag 2014 - 10:27

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Scritto da
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