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Conte-Benitez, sfida tra il diavolo e l’acqua santa

Il diavolo e l’acqua santa, il pretaccio di periferia (come li definiva Cannavò) e il cardinale da salotto buono, il grintoso italiano e il pacioso cittadino del mondo, Antonio Conte e Rafael Benitez sono personaggi distanti fra loro molto più dei venti punti in classifica. Allenatori agli antipodi anzitutto per la mentalità con cui si avvicinano al loro lavoro e quindi per l’impostazione tattica che danno alle loro squadre. Professionisti di successo diversi nel look e negli atteggiamenti pubblici e privati, cioè di spogliatoio. Rivisitiamoli alla vigilia della loro sfida .

Trap 2.0 – Lo juventino è una evoluzione del credo di nonno Trapattoni: 1) come prima cosa pensiamo a non prenderle; 2) per costruire un grattacielo si parte da solide fondamenta, il tetto, cioè l’attacco, è l’ultimo pensiero; 3) come giocano gli avversari, chi è il loro uomo migliore, che cosa dobbiamo fare per neutralizzarlo? Insomma, un calcio che si modella anzitutto sulle caratteristiche della propria rosa; che nella preparazione della partita tiene sempre assai presenti pregi e difetti degli avversari di giornata; e che durante il match può variare il quadro d’assieme o cambiare i singoli protagonisti anche in misura rilevante. Conte ha attualizzato le idee di base del suo illustre predecessore sulla panchina bianconera attingendo alle attitudini e specializzazioni dei giocatori di oggi. Quindi difesa a tre che diventa a cinque in fase di non possesso; un regista classico a dettare i tempi, altri due centrocampisti universali per contrastare la manovra altrui e appoggiare le punte, che sono sempre due, una «palestrata», abile di testa, l’altra rapida, sgusciante.

Rafa fondamentalista – Lo spagnolo appartiene alla schiera degli allenatori fondamentalisti: questa è la mia idea di gioco e non la cambio, si adattino i giocatori o il club mi compri gli interpreti per attuarla. E allora quattro difensori, due mediani, due ali che sappiano però rendersi pericolose in area e un suggeritore alle spalle dell’unica punta centrale. Le variazioni? Minime, davvero occasionali. Il 4-2-3-1, per inciso, è il sistema di moda nel mondo. Viene adottato dal Brasile, dall’Argentina, dalla Germania e da svariati club europei. E qui si arriva alla diversa dimensione dei due personaggi .

Strade opposte – Quella di Antonio, al momento, è nazionale, quella di Rafa internazionale. Lo spagnolo, che ha lavorato in tre Paesi e parla sei lingue, ha già vinto la Champions col Liverpool (arrivando a una seconda finale, persa col Milan), il mondiale per club (Inter), due volte l’Europa League (Valencia e Chelsea) e la coppa d’Inghilterra (Liverpool), più due campionati spagnoli di fila col Valencia. L’italiano si accinge a conquistare il terzo scudetto consecutivo e punta alla prima finale di Europa League. Conte, però, è del 1969, Benitez del ‘60.: l’età sta con lui. Da giocatori sono stati dei centrocampisti: Antonio costruiva e sapeva inserirsi, Rafa più propenso alla fase difensiva. L’italiano ha avuto una carriera luminosa con tredici stagioni alla Juve e venti partite in Nazionale; lo spagnolo ha fatto una carrierina priva di allori, cominciata nelle giovanili del Real e proseguita in formazioni minori tipo Parla, Linares. Per questo è riuscito a laurearsi (scienze motorie) e a vivere esperienze da insegnante di calcio in California. Un professore, insomma, che difatti in panchina è solito seguire con aria meditativa, taccuino in mano, gli eventi, refrattario a ogni accesso di stizza. E la barbetta che ne caratterizza il look sembra tenuta apposta per accreditare tale immagine ascetica. A Moratti non piacque: lo licenziò giudicandolo «moscio». Però Rafa all’andata incendiò la sfida: «La Juve è più forte perché più ricca» .

Vesuvio – Conte ha adottato il caschetto dello scugnizzo Nino D’Angelo anni ‘80, e pur presentandosi in cravatta, negli spogliatoi è un martello e sul campo segue le partite con straripante partecipazione emotiva: il Vesuvio di Torino. Del tecnico ruspante ed elettrico Antonio ha pure il pre o il post partita, quando cioè l’allenatore risponde ai media sul rendimento della squadra. È qui che Conte somiglia spesso a un Mourinho d’annata: chiude i suoi nel fortino e racconta loro che si trovano sotto assedio. Ce l’hanno tutti con noi, reagite! Don Rafé rifugge da tale tattica e preferisce sorridere pure dinanzi alle disfatte. Punti in comune? Uno ma rilevante: sanno come si vince .

Fonte: Gazzetta dello Sport

 

Articolo modificato 29 Mar 2014 - 09:06

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Scritto da
redazione