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Il sostituto Goran Pandev indossa la maglia da titolare, segna due gol e dimostra che le idee calcistiche di Benitez sono filosofia lenta. Perché, a pensarci bene, il turnover è democrazia applicata al calcio. Perché uno vale uno, pure sulla panca del Napoli, e se alla prima non funziona con la seconda è andata meglio. «Sin prisa pero sin pausa». E allora potremmo riassumere così: «Il turnover – comunque – è signorilità», anche se pare un dispetto ai tifosi. Ci vogliono le spalle larghe e la capacità di aspettare. Però ti permette di recuperare un uomo, in sospetto sempre di sparire, come Goran Pandev. Che solo a intervalli molto lunghi si manifesta facendosi portatore di stupore, e segnando. Di solito regala dettagli, piccoli gesti di estetica bizantina, e poi si eclissa.

Stavolta su un campo –Marassi– spianato apposta per lui, senza nessuno davanti, complice anche il Genoa di Fabio Liverani, oltre le scelte di Benitez, aveva spazi e tempo per dimostrarsi. Perché il sostituto Pandev è un uomo slow, devi dargli il tempo e sperare che abbia la voglia di andare oltre la girata, il dribbling, il doppio passo col pallone inchiodato all’interno dei due piedi, se non è così: sono sguardi, sempre di stupore, e a favore di telecamera, ma quelli vanno bene per il cinema, il calcio richiede altro. E Pandev lo sa, ha visto troppi campi e giocato molte partite di lusso per non averne coscienza, è la sua natura, è che lui è fuori dal tempo, ne ha uno suo, più lento. E da aristocratico del calcio, si aspetta che gli altri si adeguino a lui, non il contrario.

Capita che sbagli partite, che ne giochi mezze, oppure niente, e poi, come un pugile, anzi un pugile, è capace di portare un doppio colpo prima col sinistro e poi col destro. Prima dal centro dell’area avversaria e poi defilato sulla destra, il risultato sono due palle alle spalle di Perin. Regalando la vittoria al Napoli e la serenità a Benitez, per continuare a far girare la giostra di nomi ed esperimenti. E i due gol del sostituto Pandev non sono solo il ritorno al gol di un attaccante che vive sul baratro del dubbio, pare sempre che debba consegnarsi alla vecchiaia, che sia spalle alla panchina e sguardo perduto sulla fascia, invece, no, si alza, va in campo e tira fuori dei colpi da mago, un mago «Baol» di quelli raccontati da Stefano Benni. È sempre altrove, la sua collocazione è fisica per i telecronisti ma non per chi sa guardare a orecchio, a volte è presentissimo, altre scompare.

Ricorda la pigrizia di Teofilatto dei Leonzi da Bisanzio, che interpretava Gian Maria Volonté ne «L’Armata Brancaleone». Ha tutte le caratteristiche per essere il migliore ma poi esce dal gioco. Quasi si annoia, è un devoto allo stretto necessario. Chiedergli di essere onnipresente è assurdo, non lo capirebbe e non sarebbe nemmeno giusto, gli è completamente estraneo. L’ha fatto anche con il Genoa, dopo i due gol, è passato da sostituto a fondamento poi a comparsa. Nel giro di un tempo ha deciso la partita, e dopo è tornato ai lampi brevissimi, un tocco, persino una discesa, qualche dribbling, un lancio se proprio era necessario, il resto è stata estraneità. La sua vera condizione. Pandev è un calciatore d’assenza, non di peso, dura il necessario. Non lo sa ma è quanto di più moderno possa avere il Napoli, non in termini di atleticità ma di consumo, funziona come i nostri telefonini, ha dei limiti, e non li nasconde, basta saperlo, farci l’abitudine, per tutto il resto: c’è il turnover.

FONTE: Il Mattino

Articolo modificato 29 Set 2013 - 10:18

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Scritto da
redazione