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Se depongo il cuore sul tappeto, vi prego, siate clementi.

Non potete creare la parola infame solo se la mia colpa è credere all’azzurro.

Prima di giungere al chiarore ho seminato tristezze lungo i sentieri di città chiuse.

Gettato il soldo che non mi apparteneva, ho deciso per una conversione luminosa come i limoni apparsi in un sogno.

Ho smesso di voler decifrare lo specchio e il numero, e come un beduino chinato sul mare ho preso ad adorare un Dio conosciuto.

Non m’importa se gli inquisitori hanno fatto il mio nome, non m’importa del rogo e della dannazione.

Oggi il mio mattino è fatto di carta, il mio cuor si piega al vento di un sogno.

Non potete capire voi che della città eletta non conoscete il trucco e la sincerità.

Fu ad Elea, isola di un sapere così prossimo a Napoli, che la ragione si piegò alla sentenza della circolarità del mondo.

Dio non è napoletano, forse lo è il Demonio che ci ha donato il fuoco dell’ebbra follia. Non è proprio sotto la nostra amata terra che Ade furioso forgia l’Inferno?

E la nostra casa non affonda i suoi pilastri nel fumo e nella terra che trema?

Lì si forgiano nuovi eroi, e attraverso segreti sotterranei corpi temprati si affacciano allo sguardo di noi pagani.

Pagano è il sangue degli eroi, pagano l’occhio che segue la precisa traiettoria. Perseguitati da un culto intollerante noi sappiamo cucire il mare col cielo, e sul filo danziamo.

Il Napoli è al di là del tempo, oltre ogni nascita, oltre ogni previsione.

Noi tifosi, di questa paganità minacciata, vogliamo essere alfieri e ultimi martiri.

Napoli non è una parola, è l’ultimo destino dei grandi che non credono alla vergogna della ragione.

Carlo Lettera
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redazione