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A volte nel calcio, come nella vita, ci sono persone o giocatori che quasi nessuno conosce, eppure sono fenomeni. Un mistero come rimangano sepolti dalla sabbia del tempo, come la loro fama sia spesso usurpata da giocatori tutto calcio e famiglia, perfettini, ma che non fanno sognare. Non è certamente questo il ritratto di Jorge Alberto Gonzàlez Barillas, classe ’58, salvadoregno, ma per coloro che lo hanno conosciuto e soprattutto visto giocare, semplicemente “El Màgico”. Vai a leggere i dati statistici della sua carriera e pensi: “ma questo cosa avrà fatto mai?”. Infatti il suo palmarès parla di squadre sconosciute del suo paese (Antel, Indipendiente Nacional, FAS) e di altre semisconosciute in Spagna (Valladolid, ma soprattutto Cadice), l’unica sua avventura europea, ma lunga, dall’82 al ’91, e intensa come pochi altri. Si fa notare per la sua tecnica e la velocità superiori ai coetanei sin da giovane e per le sue estrosità dentro e fuori dal campo. E così “El Mago”, come lo soprannominò un telecronista salvadoregno dopo una prestazione sontuosa quando giocava all’Antel, viene notato dal calcio spagnolo, anche se non quello di prima fascia. Corre l’anno 1982, la Spagna ha appena ospitato i Mondiali e così il bisogno di aprire le frontiere al mondo è ancora più forte. E’ il Cadice ad assicurarselo, squadra di Segunda Divisiòn, capace però di sborsare per il talento centroamericano ben 7 milioni di pesetas per puntare alla promozione. Ed “El Màgico” non delude le aspettative, in tutti i sensi. Si carica sulle spalle la squadra e la porta al 2° posto e all’ascesa in Primera. Per trattenerlo servono perciò altri 12 milioni l’anno successivo. Ma le spese della società sono in parte coperte dalle notevoli entrate che provengono dalle numerosissime sanzioni che “El Màgico” si becca in un anno, tanto da riuscire a bruciarsi un intero stipendio annuale solo in multe. Ma tanto lì è un dio, può fare quello che vuole. L’idillio però, come per tutti i geni estrosi, si interrompe presto, al termine della seconda stagione, culminata con la retrocessione immediata del Cadice in Segunda. Ma è ora che la sua carriera può arrivare ad una svolta: senza contratto, “El Màgico” viene invitato nientepopodimenoche dal Barcellona alla tournèe californiana estiva. In squadra c’è anche un certo Diego Armando Maradona, a cui basta vederlo allenarsi e giocare un poco con lui per definirlo un giocatore “anche più bravo di me”. Bestemmia, se pronunciata da qualsiasi altro essere sulla faccia della terra. Ma se l’ha detto lui, allora un fondo di verità ci sarà. Peccato però che una sera, nell’hotel dove alloggia la squadra, scoppia un incendio. Intervengono i pompieri, nessun ferito per fortuna, tutto rientra nella normalità, solo che “El Màgico” se la prende comoda e ci mette un bel po’ ad uscire, semplicemente perché impegnato con due prostitute locali. Grazie di tutto, ma di svitato ne abbiamo già uno, non ce ne serve un altro, pensarono (e magari dissero anche) i dirigenti blaugrana, e così “El Màgico” torna a casa. Trova sistemazione per un anno al Valladolid con alterne fortune, per poi tornare da figliol prodigo a Cadice nell’anno 1986. Ha solo 28 anni ma non è più lo stesso fenomeno di prima, le troppe sregolatezze si sono già fatte sentire. Di questi ultimi cinque anni in Spagna basta citare un episodio accaduto durante il Trofeo Ramòn de Carranza contro il Barcellona. “El Màgico” non gioca dall’inizio, non per scelta tecnica, ma ovviamente perché arrivato in ritardo al ritiro prepartita. All’intervallo i compagni perdono 3-0, lui entra, fa due gol, due assist e finisce 3-4. Facile facile. Chiusa l’esperienza europea nel 1991 e, qualche anno dopo, quella calcistica nel suo paese, decide di andare a Houston a fare il dirigente per la squadra locale, svolgendo però contemporaneamente anche il mestiere di tassista, il suo sogno fin da bambino. Avrebbe potuto sfondare, sarebbe potuto diventare un fenomeno, un nuovo Maradona, se solo avesse voluto. Ma spesso le storie più belle vengono da coloro che non hanno precisa coscienza di cosa sono e di cosa potrebbero essere. Fanno semplicemente ciò che gli piace, giocare a pallone, avere un moglie ma anche tante amanti, ubriacarsi o fare tardi agli allenamenti. Non importa nè come né dove, vanno presi così come sono, spiriti liberi fuori dalle convenzioni. Sono pochi nel calcio e meritano di avere un pizzico di notorietà. A proposito, ecco una dichiarazione recente di un suo amico alla testata spagnola “Marca”: El Màgico era unico perchè a lui del denaro non importava nulla, anzi trovava incredibile che lo pagassero per fare la cosa che lo divertiva di più al mondo. Per lui una stretta di mano valeva più di un complicato contratto, faceva sempre quello che voleva e viveva il calcio come un semplice gioco, tanto che per la strada dava calci a tutto quello che incontrava, che fosse una palla o una bottiglia per lui non faceva differenza. A volte saliva le scale dell’albergo palleggiando con un arancia e finiti gli allenamenti andava dai bambini che stavano per strada per continuare a giocare. Alcune volte non si ricordava dei soldi che il Cadiz doveva pagargli e diceva sempre che il suo più grande sogno era quello di guadagnare denaro per comprarsi un taxi. Molti dicono che gli piacesse la notte, vivere di cocktail e discoteche, ed era vero, ma lo faceva in un modo così naturale che era impossibile  togliergli questa routine”

P.S. Ovviamente, “El Màgico” è stato eletto miglior giocatore salvadoregno di tutti i tempi dall’IFFHS.

Articolo modificato 18 Dic 2012 - 22:02

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Scritto da
redazione