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Il tempo, sfortunatamente, pare non essere più in grado di sanare le ferite: le cicatrici, per rimarginarsi, hanno bisogno di amore, di cura, di uno spazio in cui il tormento possa essere lasciato lontano; alle porte del cuore della collettività.

Ci sono luoghi che sembrano non avere diritto alla pace; posti dimenticati, tragicamente rumorosi per i lutti e le rinunce. Ho pensato intensamente, in questi giorni, alla morte del tredicenne Ahmed Younis Khader Abu Daqqa (avvenuta il 9 novembre 2012, colpito dalle raffiche delle mitragliatrici dei militari israeliani mentre giocava a calcio nel cortile sotto casa) e all’assurda atrocità che ha coinvolto, il 26 novembre 2012, nella periferia di Damasco, degli innocenti; colpevoli di trovarsi in una parte di mondo in cui tutto sembra ammesso, in cui è quasi “sensato” pensare che una bomba a grappolo, scagliata da un aereo del regime, possa spegnere le vite di circa dieci giovani.

Ogni nuovo evento, atto sconsiderato dell’umana follia, solleva, per lo sdegno di tutti, dalle fiamme del tramonto della Civiltà,  ricordi che ritenevamo ormai sepolti.

Kiev 9 agosto 1942..

Già da un anno si è consumata, nell’ambito dell’ “Operazione Barbarossa”, l’invasione dell’Ucraina ad opera dei nazisti; una delle pagine più efferate del “Secondo Conflitto Mondiale”; chiaramente destinata a modificare gli scenari e i rapporti di forza all’interno della Nazione.

In ambito sportivo si assiste allo scioglimento delle squadre più rappresentative e si può attestare la presenza di compagini di varia estrazione; per lo più composte da internati o da reparti dell’esercito tedesco. Tra queste si distingue una formazione locale.. l’Fc Start composta, nella sua ossatura, da giocatori proveniente dalla Dinamo Kiev (Nikolai Trusevich, Mikhail Sviridovskiy, Nikolai Korotkikh, Aleksey Klimenko, Fedor Tyutchev, Mikhail Putistin, Ivan Kuzmenko e Makar Goncharenko) costretti, per la propria sopravvivenza, a lavorare in una panetteria e da giocatori della Lokomotiv (Vladimir Balakin, Vasiliy Sukharev, e Mikhail Melnik).

E’ il ritratto di una tragedia annunciata: non tardano esempi di propaganda strumentale volta ad esaltare la forza e la compattezza delle formazioni di origine tedesca e viene allestita, la Flakelf, che racchiude i maggiori talenti sportivi tra gli ufficiali della Luftwaffe. Nonostante vi sia testimonianza di uno scontro precedente a quello del 9 agosto del ’42 è a partire da questa data che viene descritta una realtà meschina: l’incapacità, da parte dei nazisti, ottenebrati da un senso ingiustificato di superiorità, di accettare una sconfitta.

L’incontro, sin dalle sue prime battute, dimostra di essere al di fuori di ogni tipo di normale regolamentazione; basti pensare che l’arbitro era un ufficiale tedesco, un uomo che andava ben oltre il semplice spirito di parte intimando, ad inizio gara (entrando negli spogliatoi) ai giocatori ucraini di perdere la gara.

I nazisti, in campo, si adoperano affinché lo scontro possa volgere dalla tecnica, di cui gli avversari erano chiaramente provvisti, alla forza fisica; accentuata da ogni tipo di reiterate forme di violenza.. Nonostante ciò il match, alla fine del primo tempo, è fermo sul 3-1 per l’Fc Start.

All’inizio della ripresa  la formazione ucraina dà l’impressione di aver accettato di perdere: il risultato torna in parità sul 3-3 ma, con un colpo di coda e di estremo orgoglio, i giocatori dell’Fc Start non ci stanno e segnano altre due reti. Da alcune testimonianze sembra che vi sarebbe dovuto essere anche un sesto gol: una prepotente serpentina che si conclude davanti al portiere; ma Klimenko, si ferma sulla linea e, girandosi su sé stesso, rilancia il pallone verso il centro del campo.

La reazione non fu immediata; come viene sostenuto in alcune versioni dei fatti: in realtà i giocatori  furono arrestati dopo pochi giorni dalla Gestapo che, facendo irruzione nella panetteria, li portò al “Quartiere Generale della Polizia Segreta Hitleriana” allo scopo di far loro confessare dei crimini. Un chiaro pretesto per dare fondo alle peggiori crudeltà: sotto tortura uno di loro, Nikolai Korotkikh, non sopravvive. Gli altri compagni furono trasferiti nel campo di concentramento di Syretz; siamo a conoscenza, nel dettaglio, della sorte di Kuzmenko, di Klimenko e di Trusevich  i quali, nel 1943, condividono la fine con il resto degli internati: giustiziati e gettati nel dirupo Babi Yar.

Dal 1981 lo stadio “Zenit” di Kiev prende il nome di “Start Stadium” e, al suo esterno, è posto un monumento commemorativo a memoria degli eroi dell’Fc Start.

Per quanto possa sembrare assurdo questo riconoscimento fu altrettanto sofferto e, solo dopo la caduta di Stalin, Goncharenko (sopravvissuto grazie alla fuga da un campo di lavoro situato nella capitale) si fece avanti per raccontare una storia che, in tempi precedenti, non avrebbe trovato l’appoggio dello Stato; in quanto partecipare ad un torneo organizzato dai tedeschi si configurava come un reato di collaborazionismo.

L’analisi storica ammette cambiamenti di direzione; i documenti, le fonti in possesso sono molteplici e di difficile lettura: per quanto la sostanza di questi fatti rimanga è doveroso portare all’attenzione alcuni aspetti differenti.

Nel 1994 Simon Kuper racconta di un viaggio in Ucraina in cui viene a conoscenza che la storia della “partita della morte” si tinge di connotazioni politiche: una leggenda ideata dal Partito Comunista locale.

Una partita però vi fu: secondo questa versione la squadra dell’Fc Start fu costruita non dalle autorità tedesche ma, piuttosto, dalla volontà di un tifoso della Dinamo, che godeva di una posizione privilegiata a causa delle sue origini tedesche. Questi volle offrire un impiego a degli atleti disoccupati che, in realtà, non erano prigionieri di guerra.

Il 9 agosto non vi furono episodi di violenza significativa, pur se dalla documentazione emerge che, sin dall’inizio della gara, gli atleti ucraini si posero in atteggiamento di sfida rifiutando di fare il saluto nazista. In seguito vi fu un ulteriore scontro: finì 8-0 e, solo dopo questo nuovo bruciante episodio, i nazisti reagirono secondo quanto già affermato nella precedente analisi dei fatti.

Da questa versione emerge anche che la Dinamo Kiev era, di fatto, la squadra del “Ministero dell’Interno”; tutti i calciatori avevano il titolo formale di “appartenenti alla polizia segreta”. Come agenti della Nkvd; liberi di muoversi senza restrizioni rappresentavano un problema ed inoltre, il fatto che lavorassero in una panetteria, fece  sorgere il dubbio alle autorità tedesche che i servizi sovietici operassero per avvelenare le truppe naziste. A riprova di questa versione v’è la testimonianza che vuole deportati solo i giocatori appartenenti alla Dinamo e non i tre della Lokomotiv (erano ferrovieri) che completavano la formazione.

Entrambe le analisi, però, ci indicano che, purtroppo, le “ragioni” della guerra, nella Storia, appaiono sempre superiori a qualsiasi tipo di morale.

Gianmarco Cerotto

riproduzione riservata

Articolo modificato 25 Dic 2012 - 06:17

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Scritto da
redazione