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Lo sguardo ricordava spesso quello di Maradona. Lampeggiava in quegli occhi da  indio (sangue Mapuche, stirpe Araucana: gente guerriera, duecent’anni in armi  contro gli spagnoli prima di cedere e finire confinati in una riserva): lo  chiamavano El Matador, perché quando segnava (nell’Universidad de Chile, la  stessa squadra di Vargas) si inginocchiava e faceva la riverenza, come il torero dopo aver colpito il toro. Difficilmente Marcelo Salas, fisico normalissimo, unico attaccante del mondo prima di Ronaldo che aveva le maniglie dell’amore, però, perdeva la testa. Di lui si scriveva che aveva un brutto carattere, forse  perché ha sempre parlato poco volentieri. E da allora non è cambiato.

“Ancora  Vargas? Non ne posso più. Sì viene al Napoli, lo so. Potete chiedermi di qualcun altro?”.

È uno dei campioni più promettenti.
“È molto rapido e ha un gran fiuto del gol sotto porta. Ma è giovane e deve ancora maturare”.

È già pronto  per il gran salto in un club di élite come il Napoli?
“Ha potenzialità  enormi, con la nazionale è ormai titolare. Con l’Universidad ha vinto tutto  quest’anno. Diventerà fortissimo”.

Vargas ha battuto il record cileno di gol  nella Copa Sudamericana che deteneva proprio lei.
“Siamo due giocatori  profondamente diversi. Non ci somigliano molto per caratteristiche. Ma non dico che non sia bravo. Anzi, è uno dei giovani più promettenti del nostro  calcio”.

Quale grande attaccante le ricorda?
“Voi italiani volete sempre  trovare delle somiglianze. Lasciatelo in santa pace e lui darà molte soddisfazioni ma andiamoci piano”.

Va bene, Matador: ma andiamoci piano con  cosa?
“Con i paragoni, con le chiacchiere, con le parole. Così non lo  aiutate”.

Non è il nuovo Salas, gioca pure nella sua stessa squadra?
“No. È Vargas. Anche se gli auguro di avere il mio stesso successo nel campionato  italiano”.

Vidal, Sanchez, Isla: niente male questa nuova generazione di  cileni.
“Sì sì… bravi. Ma devono andare ai Mondiali del 2014”.

Il calcio  italiano lei lo conosce bene: che consiglio si sente di dargli?
“Nessuno. Capirà da solo che cosa significa giocare in serie A”.

Lei però come maestro ebbe Ramon Diaz, suo ultimo allenatore nel River e con un passato anche in azzurro.
“Mi diceva che dovevo essere umile, che dovevo fare tanti sacrifici,  cercare di capire, e di essere disponibile ad imparare”.

Chi il suo idolo?
“Uno su tutti, Garrincha. Lo so che non c’entra niente con me, ma a me il  suo stile ha fatto sempre impazzire. Poi Maradona”.

Come vede Vargas tra il  Pocho e Cavani?
“Bene. La corsa di Lavezzi lo può favorire: l’argentino ha  una tecnica fantastica, crea caos nelle difese anche se ogni tanto è  frettoloso”.

E che pensa del suo collega di soprannome, il Matador  Cavani?
“Mi ha colpito in Sudafrica, con l’Uruguay. Si capiva che era pronto  ad esplodere. Mi fa piacere che sia successo e che ora sia tra gli attaccanti  più forti del mondo”.

Il Napoli può vincere lo scudetto?
“Vedo una lotta  Juve-Lazio, dove ho giocato. Certo, vincere a Napoli non è mai semplice. Ricordo  il tifo della gente fin dai tempi di Maradona”.

Fonte: Il Mattino

Articolo modificato 23 Dic 2011 - 10:29

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Scritto da
redazione