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Napoli, svoltiamo?


La strada che conduce al settimo cielo è frastagliata di dubbi e angosce. Ad ogni piccolo passo in avanti corrisponde una trappola a cui dover far fronte. Nervi saldi e mai discostarsi dall’obiettivo. Il Napoli formato 2014-2015, nell’altalenanza di picchi (pochi) e dirupi, sembrava impantanato nelle sue incomprensioni e in preda allo smarrimento di sè stesso. Occorreva il peggior nemico oltre la soglia del calcio per ritrovarsi. Ma Verona non dovrà rappresentare un’altra sudicia bandiera a scacchi. Deve essere la tappa della rinascita. La nota che possa dare un senso alla melodia di questa stagione.

Latte alle ginocchia. Questo tutto il risentimento della gente dopo la scellerata gita fuori porta in Svizzera. E non certo perchè si giocava a Berna. In realtà, lasciatemelo dire, nemmeno per il tanto biasimato turnover di Benitez. Cambiato interamente solo l’assetto offensivo, nessuna rivoluzione come gli addetti ai lavori hanno voluto far credere. Michu, Zapata, De Guzman: troppo facile sparare sulla croce rossa. Per ora sono l’assoluto emblema del vuoto alle spalle dei titolari e dell’inconcludenza del mercato azzurro. Verissimo. Eppure il disastro di Berna non è stato solo demerito loro. Abulici e svogliati proprio tutti, dai presunti trascinatori alle pedine solitamente preziose. Un mercato del pesce dove ognuno optava per i propri interessi.

Dov’era finito il Napoli? Naufragato nei suoi difetti e nelle sue colpe? Domenica sera. Trenta secondi.  Punto di non ritorno. Piede sull’acceleratore e burrone ad un tiro di schioppo. “Pendolo che oscilla tra dolore e noia“, avrebbe detto Schopenauer. In quel momento bisognava scegliere. Tirare il freno a mano o ruzzolare via. Gli azzurri hanno scelto. Hanno reagito con tutta l’anima. Quella in cui spesso si è rovistato senza tirar fuori un fico secco. Una scelta sbattendo i pugni sul tavolo. Ora non serve tanto, basta solo un po’ di coerenza.

La scintilla psicologica, viste le depressioni degli ultimi mesi, può essere determinante. Addirittura a rattoppare autentici dilemmi irrisolvibili. La difesa e le sue dormite, individuali e collettive. Su palla da fermo o su un cross dal fondo. Un incantesimo che coglie alla sprovvista colui che fino ad allora sembrava il più affidabile, seguendo una perfida rotazione. “In difesa abbiamo ancora problemi” – ha asserito Rafa nel dopo gara – “Ma se facciamo tanti gol va bene lo stesso”. A me, in tutta franchezza, questo slancio zemaniano non fa impazzire. Il mio timore è che l’equilibrio tanto sbandierato Benitez lo stia cercando in questo. E non credo sia esattamente la filosofia giusta. La miglior difesa è l’attacco? Forse non nel calcio.

“Toc toc, c’è Napoli?”. Dopo nottate di attesa, finalmente qualcuno all’uscio si è presentato. Lo stadio San Paolo, al netto di comparse “scaldasediolino”, ha dato il meglio di sè. Pochi ma buoni, vicini alla squadra soprattutto nei momenti di fragilità. Gli spalti trasudavano amore viscerale per la maglia, per quelle due “H”,  e odio profondo per quegli avversari. E i calciatori hanno saputo respirare a pieni polmoni. Segno di una sinergia primitiva che non ha confronti.

Ecco, ora viene il bello. Il boom deflagrante era indispensabile e c’è stato. Confermarsi è la parola d’obbligo. Tanto semplice quanto inafferrabile almeno quest’anno. Tra 24 ore, caro Napoli, sapremo chi sei. “Il piacere è solo una fugace cessazione del dolore“. So che è arduo, ma anche Schopenauer può essere smentito.

Ivan De Vita

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