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Lauro e quel favore “fascista” che non poteva rifiutare


Calcio e politica è stato sempre un connubio pericoloso e condizionato, in ogni epoca e in qualsivoglia posto dove la vita sociale si districava tra un pallone che rotolava e affaristi in giacca e cravatta travestiti da salvatori della patria, anche se più che giacca e cravatta parleremo di camice, nere per la precisione, e più che parlare di politica potremmo tranquillamente parlare di dittatura, ma questi achille laurosono altri discorsi. A metà degli anni ’30 il calcio era stato riconosciuto business e quindi un bene da salvaguardare, oltretutto la popolarità di quello sport portato in patria dai nemici britannici era uno dei migliori vincoli per farsi pubblicità e controllare le masse attraverso l’imposizione di regolamenti e abitudini, nel calcio così come nella quotidianità. Mussolini impose che i calciatori di ogni squadra fossero proprietà delle società e che i pagamenti per i trasferimenti venissero versati direttamente in corte federale, controllate dai fascisti, un modo come un altro per tenere sotto controllo il debito delle società di calcio, sempre più inguaiate e bisognose di una sorta di consulenza imposta come quella delle camice nere. Si cercò così una nuova strada per risanare i conti, e le solite maniere forti condussero ad una nuova e risolutiva idea che rivoluzionerà parecchie società, e cioè la collaborazione “forzata” di imprenditori nello sconquassato mondo del pallone.

Fu così che Mussolini indicò in Lauro il migliore partito per riportare in pari i debiti della società azzurra, e lui, a causa di favori ricevuti in precedenza che lo aiutarono e non poco a svoltare negli affari, non potette rifiutarsi ad accettare, così il 15 Marzo del 1936 il capo federale della città partenopea avvisava Don Achille: a causa dell’imminente partenza in Africa per difendere il mio dovere di italiano e fascista, ti manderò una creatura di cui dovrai prendertene cura“. L’inesperto armatore divenuto tale dopo una lunga gavetta che lo vide dapprima semplice mozzo avvertì la moglie, Donna Angelina, di preparare una stanza per l’ospite annunciato, salvo poi ricredersi per l’equivoco avvenuto, dopo la visita nei propri uffici del vice capo federale che gli presento i libri contabili della “creatura” Napoli, era quella, pertanto, l’ospite inattesa di cui bisognava badarne le sorti.

Prima di partire con la nuova avventura c’era il debito da saldare, motivo primario della investitura di Lauro, allorché la somma ingente ma non impossibile di 266 mila lire fu il primo fardello da download (1)trascinarsi sulle spalle, ma la corteccia dura di Achille suggerì le strade percorribili per trovare quella somma, 190 mila lire furono ricavate dalla vendita di Ferraris II e di Busoni, 60 mila lire dovette rimettercele di tasca propria. La squadra, dal canto suo, riuscì ad evitare per un soffio la retrocessione, nonostante il nuovo presidente l’avesse rivoluzionata e puntellata con l’arrivo del triestino Nereo Rocco, futuro “paron”, che ricorderà per sempre i tre anni napoletani nella sua residenza vomerese, i risultati però rimasero altalenanti e la società era divenuta un porto di mare, gente che va e che viene senza particolari cause, con l’unico risultato quello di non concedere a nessuna di quelle formazioni l’attenuante della ricerca di quell’amalgama fondamentale per raggiungere traguardi.

Nel ’40 si raggiunse il culmine con una salvezza raggiunta all’ultima giornata grazie soltanto ad un quoziente di sette centesimi di punto sulla differenza reti, che condannò il Liguria a retrocedere al posto degli azzurri, fu questo l’ultimo passaggio prima dell’entrata in guerra delle flotte alleate e, quindi, la chiamata di Achille Lauro a svolgere il proprio dovere di guardiano del mediterraneo con le proprie navi, dove sommergibili e incrociatori nemici si apprestavano a rendere inquiete le giornate dell’oramai ex presidente. Fu delegato Gaetano Del Pezzo come nuovo presidente che salutò così la prima parte dell’era di Lauro, che riprenderà le redini in mano della società nel ’52 chiamato a furor di popolo, nonostante le sue radici nascondessero legami con un regime all’epoca sostenuto e riconosciuto come credo politico, più tardi ripudiato e condannato come dovrebbero essere tutte le dittature che hanno governato i paesi di ogni parte del mondo. 

 

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