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Hamsik, ritrovare il gol per esorcizzare una stagione in chiaroscuro


Più che una galleria di immagini, è una rassegna di sensazioni strane. Controverse, tormentate, difficili anche da interpretare. Estasi e turbamenti. L’ultimo album di Marek Hamsik è una serie di ritratti da sfogliare andando oltre le apparenze, rovistando tra i suoi pensieri, scrutando nell’anima di un ragazzo dalla faccia pulita. Per bene. Educato. Padre, compagno e soltanto dopo un gran calciatore. Uno, nessuno e centomila Hamsik.

Delusione.  Tutto in una settimana o quasi. Sotto la curva dell’Olimpico. Imbarazzato e a disagio. Poi con la Coppa in mano. Lui, il capitano; quello dell’assist ad Insigne, orgoglioso e felice. Ma non per molto. Tre giorni dopo, al San Paolo, la festa più triste. E un’altra delusione. Hamsik rammaricato, quasi incredulo. Come chi non se ne fa una ragione. Tutto o quasi di traverso, pure i legni della porta. Napoli-Cagliari sembrava finalmente la sua partita. Un altro rigore, e stavolta tira Hamsik. Per scelta, logica e soprattutto sentimento popolare. Una mozione d’affetto. “Marek, Marek”. Il coro dei quarantamila, gli sguardi ad accompagnarne ogni gesto, l’attesa. Pallone sul dischetto, rincorsa e tiro: traversa. Eppure, sentito, forte, ecco l’abbraccio della sua gente. Che non manca mai. Hamsik napoletano. A prova di tutto.

Sortilegio.  Pure di un gol che non arriva ormai dal due di novembre col Catania. Una maledizione, un sortilegio. Settantasei reti in trecentodue partite. La doppia cifra, una media di fatto. Ora il tabù. Lungo più di sei mesi. Hamsik talento, imprevedibilità e guizzi da raccontare. Il primo gol in maglia azzurra proprio alla Sampdoria. Il San Paolo scoprì quanto erano forti. Eh sì, erano: al plurale. La giocata fu di quelle che si fanno col joystick. Da videogioco. Sedici settembre 2007. Colpo di spalla di Lavezzi, palla ad Hamsik, cinque passi guardando la porta, dai e vai con Zalayeta, la danza col pallone tra i piedi ed esterno dolce sul secondo palo. Andò sotto la curva ad esultare. Col sorriso. Pure se imbarazzato. Dal Rigamonti di Brescia al San Paolo, quel boato tutto per lui quasi lo spaventò. S’è fatto grande ormai. Hamsik il simbolo, l’essenza del progetto, la sintesi perfetta di un’idea e un modo vincente di fare calcio.

Flessione . Arrivò a Castelvolturno ch’era un ragazzino. Coi bermuda. E fu contestato. “Non è da Napoli”. Reja l’ha svezzato, Donadoni l’ha messo per strada, Mazzarri ne ha fatto un idolo, Benitez ancora lo aspetta. Paziente. Certo che tornerà ai suoi livelli. Una stagione disgraziata. Pure se cominciata come tutte le altre, facendo gol: quattro in due partite, e in una posizione nuova che sembrava potesse esaltarlo. Invece, la flessione. Continua. L’infortunio, due mesi fuori e una condizione andata sempre calando, atletica e anche un po’ mentale. Qualche volta in panchina. Hamsik sempre alla ricerca di se stesso, di quel che era, di ciò che ed è: uno dei top mondiali nel suo ruolo. Hamsik a caccia di un gol che a Marassi, alla Samp, ha già segnato. Stagione 2010. Assist di Gargano, il cognato, e lui dentro l’area, una fionda, potenza ed eleganza. Tutto in famiglia. E così può fare ancora. Il Napoli la sua casa.

Fonte: Corriere dello Sport