shinystat spazio napoli calcio news Fabio Cannavaro: "Sono cresciuto in curva B, ma certe cose non le capisco. Autorità completamente impotenti"

Fabio Cannavaro: “Sono cresciuto in curva B, ma certe cose non le capisco. Autorità completamente impotenti”


Fabio Cannavaro è il capitano che alzò la Coppa del mondo a Berlino, che vinse il Pallone d’oro nel 2006, un 41enne che non ha dimenticato le origini. «Perché sono nato alla Loggetta, un rione che praticamente è dentro il San Paolo – ci racconta sul lungomare napoletano, in un blitz nella sua città -, la curva B è stata la mia seconda casa. Lì sono cresciuto. Ho tanti amici ultrà. Ma ciò che sta succedendo non lo capisco». 

Ha visto sabato la partita?
«Sì. E siccome a Dubai avevo il commento in arabo non riuscivo a capire cosa fosse successo. Poi mi sono informato. Sinceramente mi ha colpito l’impotenza delle nostre autorità in tribuna d’onore. E poi non si può morire per una partita di calcio. Abbiamo preso una deriva sudamericana». 
Cosa si deve fare?
«Servono leggi dure. Anzi, basterebbe applicarle. Bisogna limitare questo strapotere ultrà. In Inghilterra ci sono riusciti bene, anche in Spagna li hanno progressivamente ristretti sugli spalti». 
Ma i giocatori non hanno responsabilità?
«Spesso si ritrovano costretti per i comportamenti dei club, che hanno via via ceduto ai gruppi estremi. Hanno cominciato pagando le coreografie e si è finito per entrare in una spirale negativa, dove impera il business». 
Ai suoi amici ultrà cosa direbbe?
«Quella mentalità di cui vanno fieri è cambiata nel tempo, non so se degenerata. E così non si può andare avanti. Una volta c’era al massimo una scazzottata, poi si è passato ai coltelli, ora le pistole. No, occorre fermarsi. E se non lo capiscono si cominciasse con abolire gli striscioni. Questa corsa a identificarsi, di delimitazione del territorio diventa terreno fertile per la violenza». 
Basterebbe?
«No. Ma limitare questo fenomeno è urgente per fermare la spirale di paura che fa scappare le famiglie dagli stadi. Il rapporto fra club e tifosi deve tornare a essere come un matrimonio. Nel senso che uno si sposa e per prima cosa pensa alla casa. Costruiamo stadi confortevoli e accessibili ai bambini. E poi, per esempio, il Real Madrid ha realizzato un centro sportivo bellissimo, dove c’è spazio per tutte le squadre, fino ai più giovani. Un sistema di valori sportivi fatto a scale, si sale un gradino per volta, in squadra. E puoi sognare di diventare un campione. È sana cultura sportiva» 

Fonte: Gazzetta dello Sport