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Cronaca di una morte annunciata…


Abbiamo acquistato il biglietto in tempo e benedetto il nostro abbonamento, altrimenti non l’avremmo trovato. E infatti qualcuno del gruppo, non abbonato, ha acquistato distinti e tribuna, pur di esserci.

Abbiamo organizzato un pullman grande perché eravamo in tanti, una cinquantina e l’abbiamo riempito, dovendo anche lasciare qualche pezzo del gruppo ad altra organizzazione. In auto, per esempio. Per poi ritrovarci tutti allo stadio.

Abbiamo dato appuntamento alle 11 davanti alla curva B del San Paolo. Qualcuno mi ha detto che era troppo presto, ma memori dell’altra finale e consapevoli dei nostri “intalliamenti” e ritardi, sapevamo che sarebbe stato l’orario giusto.

Abbiamo fatto un paio di soste prima di arrivare a Roma est. La sosta più lunga. Quella delle perquisizioni e del controllo biglietto. “Siete un gruppo organizzato? Perché non ci siete sulla lista?”. “Una lista dei gruppi? Forse i Napoli Club! Comunque no, siamo un gruppo di amici che per scaramanzia si siedono sempre ai soliti posti e hanno deciso di darsi un nome e stamparsi una maglia.” Una maglia con l’effigie di Pasquale Fiore sulla schiena: noi, poveri nostalgici e ingenui, crediamo ancora in un calcio vecchia maniera, fatto di giocatori col baffo e con la maglia di lana sotto la divisa, di quelli che non giocano mai, ma lasciano comunque un segno umano. Mi rendo conto che dopo sabato siamo quasi un pezzo d’antiquariato. E considerati da qualcuno alquanto ridicoli. Ma siamo fatti così e ci crediamo ancora.

Abbiamo aspettato un’ora e mezza prima di ripartire. Arriviamo a Roma alle quattro ed entriamo allo stadio alle sette e mezza. E mi chiedo il perché di un’organizzazione così strampalata. Fermarci al casello, in un posto pericoloso, per quasi due ore, senza la possibilità neanche di fare bisogni fisiologici. Neanche per i maschietti, per i quali è notoriamente più facile, se non arrampicandosi pericolosamente sulla collinetta.

Ci siamo mossi, uno dietro l’altro, davanti a noi il club Napoli di Milano e tanti altri pullman azzurri. Normalmente i tifosi si scortano per dare loro una via preferenziale, non lasciarli bloccati nel traffico, portarli direttamente al parcheggio ed evitare contatti con altre tifoserie. Noi abbiamo seguito il flusso e i tempi del traffico, affiancato auto di tifosi viola, completato il nostro percorso verso lo stadio a piedi, intimati da poliziotti in borghese dopo che siamo rimasti bloccati negli scontri tra tifosi e polizia, accanto al corpo a terra di Ciro Esposito. Il nome non lo conoscevamo ancora, non sapevamo ancora nulla, sapevamo solo che ad un certo punto il nostro autista si è fermato, dopo lo scoppio di alcune bombe carta. Credo. Non so distinguerle bene dall’interno di un pullman a finestrini chiusi. Per fortuna. Ci siamo fermati e abbiamo visto persone vestite di nero, con cappelli a visiera, sciarpe alzate fino agli occhi, mazze in mano. Siamo stati attirati da un nugolo di persone, vestite alla stessa maniera, intorno ad un corpo a terra che sembrava senza vita. Abbiamo visto quelle stesse persone prendere pietre e bottiglie di vetro da terra e lanciarle verso poliziotti senza scudi o divisa, ma solo con i caschi. Noi eravamo proprio nel mezzo di tutto ciò. Ad un certo punto abbiamo pensato che fosse meglio abbassarci al di sotto dei finestrini, che poteva volarci qualcosa dentro. L’autista cercava di avanzare, sapevamo che non eravamo noi il bersaglio delle forze antagoniste, ma il pensiero al ragazzo a terra, all’idea che fosse morto, pensando che fosse stato colpito da una bomba carta, o da una spranga, o da una bottiglie di vetro. Qualsiasi cosa.

Intanto, il nostro pullman riesce ad avanzare di qualche metro, ci fanno scendere e proseguire a piedi e lungo tutto il viale che porta ai cancelli della curva, rivediamo uno ad uno tutti coloro che qualche minuto prima e qualche metro più in là stavano lanciando di tutto e facendo guerriglia. Quasi li salutiamo. “Ciao, noi siamo quelli del pullman in mezzo a voi, mentre voi facevate baldoria!”. Ma non finisce qui. La disorganizzazione e la pubblica insicurezza danno il meglio di sé ai tornelli. Anzi al pre-filtraggio, prima del tornello. Due cancelletti di ferro con un’apertura di 50 cm. Folla che spingeva da dietro, ressa, lancio di bottiglie di vetro al di là del cancello, tale per cui, anche una volta passata l’apertura di 50 cm, avresti potuto prendere qualcosa in testa. Io ne ho scansate almeno due di bottiglie volanti. Fuori, neanche un rappresentante delle forze del disordine, ma dentro, dove tutto era abbastanza tranquillo, erano in tenuta anti-sommossa. Arriviamo al tornello e c’è altra ressa, ma più ordinata. Controlli allo zaino, al cappuccio della felpa, tolgono bottiglie d’acqua e accendini, ma evidentemente lasciano fumogeni e petardi. Altrimenti non si capisce come abbiano fatto la loro presenza all’interno della curva.

Abbiamo avuto paura. Non di morire. Ma di farci parecchio male, sì. Abbiamo pensato che non ne valeva la pena per una partita di calcio. E abbiamo pensato che non è andato bene niente. Vittoria a parte. Quando arriviamo allo stadio, il passaparola, a mo’ di telefono senza fili, ci informa che all’esterno è volato un colpo di pistola. E capiamo che noi eravamo lì. Questione di minuti, forse secondi. E ci rendiamo conto che qualsiasi sia stato il risultato, non avremmo avuto un cazzo da festeggiare.

E infatti la curva resta il silenzio. Ci dicono di abbassare le bandiere, di non cantare, anche se alla fine qualche nota è uscita fuori. I capi ultrà, che sono sempre esistiti, dovunque, per qualsiasi squadra, anche per il Poggibonsi, ma che l’Italia intera scopre solo adesso, sono spesso al cellulare. Immagino, vogliano sapere notizie dal ferito grave. O chiacchierano tra loro per sapere cosa fare. O dicono alla mamma che quello mezzo morto non stava con loro, tanto per tranquillizzarla. Intanto arrivano notizie inquietanti, poi smentite, poi riaccese: ha avuto un lacrimogeno nella pancia, è stato sparato da un poliziotto, gli hanno sparato con la pistola rubata ad un poliziotto, voleva fare una rapina e il commerciante ha sparato, era una bomba carta piena di chiodi, è stato un romanista. Era un ultras, era un ragazzo in un auto con altre tre persone, era un “tifoso normale” è quella che mi ha fatto più ridere. E riflettere. Sta di fatto che sono le nove e la partita non comincia. Nessuno ci dice niente, se non il ragazzone sul cancello che ha appena parlato con le “autorità” e con Hamsik e ci avverte, con quello che sembra un megafono per bambini, che la partita si gioca, ma non si canta, per rispetto di uno dei nostri, ferito gravemente e che ha ben altra partita da vincere. Non tifiamo come avremmo voluto. Rispetto. Quello che non vedo da due giorni, ormai, per nessuno. Noi ci adeguiamo, anche se al primo goal di Insigne esplodiamo comunque in abbracci di gioia. La passione, ci sta poc’a fa’, non la controlli facilmente! Poi Insigne fa il secondo. E lì ci guardiamo tutti increduli, a conferma che quella è una serata surreale.

Nel frattempo, arrivano le conferme di un colpo di pistola, di un napoletano grave, di altri feriti, anche  ragazzi del Napoli Club Bologna su un autogrill, senti i soliti cori sul Vesuvio. Sul campo vinciamo. Alziamo la coppa. Ma festeggiamo, tutto sommato, come una partita normale. Ci salutiamo con gli altri frettolosamente. Uno dei nostri, prima di andare via subito dopo la premiazione, dice: “Ho due figli piccoli a casa. Vorrei stare tranquillo”. Altri non sanno se venire o meno domani, contro il Cagliari. Se ne vale più la pena essere parte di un ingranaggio del genere. Compresa me. Altri ancora si convincono che è proprio questo il motivo per cui noi e la nostra passione non dobbiamo arretrare di un centimetro e restare su quegli spalti. Io sinceramente non lo so.

So solo che abbiamo vinto una Coppa, è vero, ma abbiamo perso tutto il resto.