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Alla scoperta di Mario Suarez

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Nomen omen: perché se graffiate sulla memoria, o vi lasciate guidare da chi l’ha visto dal vivo, «essere» Suarez (meglio ancora Luis, detto Luisito), fa assai chic. Luisito Suarez Miramontes, pallone d’oro, piedini di seta, un genio calcistico approdato in Italia agli inizi degli anni ’60: devono avere una inclinazione particolare gli spagnoli che si chiamano così, devono sentire il richiamo del comando. Però il Suarez moderno, va detto senza mancargli di rispetto, è assai distante da quegli standard: ma pure lui ama stare nel mezzo e, se proprio va cercato un difetto colossale, gli si può solo rimproverare d’essere nato contemporaneamente a quell’esercito di fenomeni che hanno dato vita al tiki-taka, che hanno spopolato da Xavi o da Iniesta. Perché Mario Suarez, poverino, ha dovuto arrangiarsi alle spalle di quei colossi e pure di Xabi Alonso, altrimenti in Nazionale gli sarebbe andata meglio; non gli è andata maluccio con l’Atletico, con il quale se la sta spassando tra Liga e Champions League. S’è dovuto fermare per un bel po’, tra dicembre e gennaio, ci ha rimesso qualcosa come un mesetto complessivo, ha perso il ritmo ed anche il posto, viaggia su un numero limitato di presenze (16 in campionato, tre in Champions, una in coppa del Rey e due in Supercoppa), ha un minutaggio però rilevante (1271 che fanno una media di una ottantina a partita) e comunque la stima di Simeone. Particolare curioso e però non assolutamente rilevante: Suarez viene amministrato da Manuel Garcia Quilon, che sarebbe lo stesso manager di Benitez. Contratto in scadenza nel 2017 ed esperienze sempre in patria: prima dell’Atletico Madrid (dove ha cominciato), quattro anni in giro tra il Real Valladolid, il Celta Vigo e il Maiorca. Ha poco meno di duecento partite da professionista alle spalle.

Fonte: Corriere Dello Sport

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