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Benitez si gode un Napoli quasi perfetto e spiana la strada verso un futuro vincente


Specchio, specchio delle sue brame qual è il più bel Napoli del reame? L’estasi è in quell’immagine che si riflette in Mondovisione, mezz’ora di «partita perfetta» e quell’altra ora a mostrarsi (comunque) d’una eleganza elitaria: e mentre intorno è delirio collettivo, nel ventre di quel teatro dei sogni, la verità, tutta la verità e null’altro che la verità confessata da Rafa Benitez a se stesso, è la sintesi d’un serata attraversata meravigliosamente assieme a quella città stordita. Napoli-Juventus è la Partita, il macrocosmo racchiuso in una favola: poi escono i principi azzurri e diviene fantastico, scenario da mille e una notte, tra veroniche e diagonali, sovrapposizioni e possesso palla, ampiezza della manovra e la profondità, il palleggio e quei «dannati» equilibri che (stavolta) nulla concedono. E’ il calcio: nella sua espressione più esaltante, nella rappresentazione scenica che – dall’alto – addirittura turba per le capacità accattivanti, per quel magnetismo che rapisce, per la sublimazione dell’Idea. «Ma non so dire quale sia il più bel Napoli di quest’anno. Perché mi viene il dubbio che, forse, altre volte i ragazzi siano stati persino più bravi».

IL MIO NAPOLI. Il progetto è lì, in quel sacco del San Paolo che, nelle tenebre s’illumina coi flash di Napoli-Juventus: e persino mentalmente è un gran bel rivedere, per Benitez poggiato a una parete, ciò ch’emerso d’un piccolo capolavoro, perché vincere dà un senso ma convincere e sedurre così prepotentemente è appagamento dei sensi (tecnico-tattici). Stavolta, il calcio va oltre l’interpretazione del talento, è la somma della genialità dei singoli miscelata con l’ispirazione d’un allenatore che ci ha sempre creduto, non ha mai smesso, e che può specchiarsi in quella creatura che gli appartiene e gli somiglia. «La Juventus ha sempre avuto dominio nel corso dell’anno e noi siamo stati capaci di ridurre, a un certo punto, il suo possesso palla al minimo stagionale». E poi di lasciare anche che Reina si mostrasse esclusivamente in versione «regista» aggiunto, limitandosi a far ripartir l’azione attraverso i rilanci (uno per Higuain; l’altro fatato per Pandev che alimenta Mertens). «E’ questo il Napoli che mi piace, anche se però siamo stati quasi perfetti». L’incontentabile señor della panchina ha dinnanzi due «copertine» che incantano e che vanno ad aggiungersi al proprio tazebao arricchito di bianco & nero: «Con la Roma, in Coppa Italia, c’è stata una rilevante attenzione durante l’intero match e picchi di controllo difensivo indiscutibili; e contro l’Inter, invece, molta spregiudicatezza e anche la possibilità di segnare tanto». Con la Juventus, un’intensità da brividi per trentasette minuti: «Ma nel secondo tempo, abbiamo concesso».

REPLAY. Un anno, un Napoli (finora): diciamo qual è il migliore? Quello con l’Inter, il 15 dicembre, dà fuori da matto: è 4-2, segnano in quattro (Higuain, Mertens, Dzemaili e Callejon), rigore sbagliato nel finale, moltitudine di palle gol: «L’esaltazione della fase offensiva». Quello con la Roma in coppa Italia: 3-0 il 1 febbraio (Callejon, Higuain e Jorginho): «Mi sembra che sia il match nel quale le due fasi si siano espresse nel modo migliore e i pericoli siano stati ridotti al minimo».

NANI E GIGANTI. E vabbè: diciassette punti dalla Juventus (adesso) e la Roma che sta (comunque) a più sei; però nulla nasce per caso, né immediatamente, saltando le fasi d’una crescita ch’è indiscutibile e le difficoltà d’una maturazione che comunque s’avverte. Lo spettacolo – quest’anno – è ovunque, ancor prima che la «Vecchia Signora» sia costretta a starsene pure in dieci oltre la linea del pallone e poi vaghi senza meta, subendo l’autorevolezza altrui che si esprime in larghezza o sulle verticali o sugli esterni, ribaltando le sentenze del campionato e trasformando i giganti in nani; lo show, il più avvincente, è da scovare nelle pieghe della memoria di Benitez, che si concede per due minuti a rastrellare tutto ciò che ha conservato dentro di sé, vale a dire il «suo» Napoli da raccontare.

TRIDIMENSIONALE. C’è Rafa e poi due uomini che lo stanno confessando per esaudire una curiosità: perché l’immagine che si staglia nella penombra, è d’una luminosità abbagliante e quel Napoli lì, che ha appena strapazzato Madame, è parso andare oltre: ben oltre il 2-1 sul Borussia Dortmund, l’alba dei nuovi giorni; anche al di là del 2-0 all’Arsenal; perché stavolta la perfezione è stata rasentata: «Sì, ma io vorrei andare a guardarmi di nuovo le partite con la Roma e con l’Inter: ho il sospetto che in quelle due sfide ci sia stato qualcosina in più nei movimenti, in certi momenti principalmente in quelli difensivi. Stavolta è vero che i primi quarantacinque minuti hanno rappresentato ciò che il Napoli vuole essere, su questo non ci sono dubbi; semmai, dovendo fare una classifica, chiamiamolo un giochino, complessivamente e lungo i novanta minuti, ci sono quegli altri due match». E’ lo specchio che parla ed è un Benitez fiero di poter danzare in quella dimensione onirica ch’è Napoli ora e che viene vagheggiata attraverso tre clip che ne esaltano i tratti: la Roma o l’Inter o la Juventus, l’uomo dei sogni sa bene dove vuole arrivare.

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