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Tre punti a soddisfazion’!


E la prima volta abbiamo perso immeritatamente e con un rigore dubbio. E la seconda volta abbiamo perso regalando un tempo e giocando magnificamente il secondo, ed, in fondo, dopo una bella partita equilibrata, tanto che se fosse finita con un pareggio, non avremmo rubato niente. E la terza li abbiamo distrutti. E la quarta? Mancava la quarta. Non venivamo da una bella prestazione, ma la quarta contro la Roma, la seconda in casa, non potevamo sbagliarla. A dirla tutta, c’è mancato davvero poco. Ma l’abbiamo vinta. Senza Giorgino, senza Behrami, senza Smaili, senza Hamsik, senza Higuain, ma l’abbiamo vinta. E sono stati tre punti a soddisfazion’!

Partiamo come al solito con le nostre tre ore di anticipo. Il San Paolo ci aspetta e noi non vogliamo deludere mai quegli spalti. Da subito, noto tanta polizia. E, subito, mi fermano per i soliti controlli. Sempre subito, mi chiedono di aprire la sciarpa che porto appesa allo zaino per capire se avessi frasi ingiuriose. Dico alla steward che è la sciarpa del “Quarto Calcio”, la squadra per la legalità. La porto sempre con me per ricordarmi che il calcio è anche altro, soprattutto nelle piccole realtà. Insomma, mostro la mia faccia da brava ragazza, faccio gli occhi dolci, ma lei mi fa aprire comunque lo zaino, facendomi cacciare tutto ciò che avevo dentro. Mi guarda con l’aria di chi ha finalmente scoperto qualcosa che non andava: “C’è un oggetto tosto!”. Io le smonto qualsiasi certezza di Premio Nobel per la Pace e le faccio vedere l’astuccio degli occhiali da vista. Finalmente entro in curva. E da lì ammirerò, comodamente, dopo un paio d’ore, lo spettacolo dei romanisti che entrano con le torce, potrò tranquillamente ascoltare il suono di tante bombe carta da più settori, compreso il mio, potrò allegramente annotare, insieme al giudice sportivo, uno ad uno, tutti i petardi esplosi. E, contemporaneamente penserò all’ispezione anale che la steward avrebbe voluto fare a me, mentre altrove si facevano passare gli arsenali di Bin Laden. Un po’ come gli annunci fatti in ogni dove sul divieto di far entrare e vendere bottiglie e poi mi passa davanti uno che vende Borghetti e  Sambuca. Insomma, tutto nella norma.

Il pre-partita corre via veloce, tra una chiacchiera e l’altra, tra uno sfottò e l’altro e tra un “tanti auguri a te” con torta annessa e due fischi alle cheerleaders che il Presidente ha deciso di mandare al massacro sotto le curve. Lo ammetto, mi sono divertita.

Ma, quando comincia la partita, abbiamo solo sguardi increduli. La Roma sembrava giocasse in casa, noi sembravamo un po’ ubriachi. E intorno si cominciava a rumoreggiare contro chiunque: Smaili, Inler, Hamsik. Sul primo, c’era chi, leale e sportivo, gli imputava il fatto di non avere ancora rotto una coscia a Gervinho in cinque partite, anche se ne avevamo giocate tre. Sul secondo, qualcuno gli rimproverava di chiamarsi la palla e poi non sa gestirla. Salvo poi gridargli “Tiiiiiiiir’!” da centrocampo. Sul terzo, c’è ancora chi è convinto che, in campo, a giocare per lui, c’è il fratello scemo di Marek. O il gemello con la stessa cresta. Non si risparmia nessuno, compreso l’arbitro che, se proprio devo dirla, e la dico, ha innervosito un po’ anche me. Diciamo che almeno il secondo giallo su Maicon c’era, eccome!

Ma, per fortuna, abbiamo conservato il fiato per i minuti finali. Dopo qualche miracolo di Reina, che mi ha fatto capire il senso della frase “Diossalve a la Reina”,  possiamo finalmente vedere un cross come non ne vedevamo dai tempi di Savini. Callejon, anche lui stanco e incolore, non si fa, però, mai trovare impreparato e fa vedere a tutti noi che sa segnare anche di testa.  E  lì, l’apoteosi! Io mi trovo le unghie di un compagno davanti, conficcate nella spalla; un amico accanto stava per schiacciare una bimbetta che, poverina, ha provato sulla propria pelle cosa significa esultare per un goal liberatorio negli ultimi minuti; mio padre ha cacciato la voce della bambina Regan durante l’esorcismo; e sto ancora ripescando mia mamma sotto tutti gli abbonati di curva B. Insomma,  ‘nu goal a soddisfazion’!

Ah! A proposito di soddisfazioni. Il mio ultimo pensiero lo rivolgo a quel gran gentiluomo di Strootman. Più che altro, un consiglio che tanti di noi hanno pensato e condiviso stamattina sui social network.

Guaglio’, nun sputa’n cielo, che ‘n faccia ti torna!