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De Laurentiis scudo di protezione di un Napoli esposto a troppe critiche


Si può scegliere: o metterci la faccia o addirittura occupare lo spazio con il fisico. O altrimenti si può evitare qualsiasi imbarazzo e sistemarsi tutto d’un pezzo dinnanzi al Napoli, ch’è la propria creatura da tutelare: «Siamo di fronte ad un gioco al massacro che viene fatto partita dopo partita». Ciak, si vira: e in che modo, stile De Laurentiis, perché quando il gioco comincia a farsi duro, meglio mettersi duramente a giocare, prendendo a sberle (metaforicamente) pure l’aria e lasciando che trascorra la nottata. Perché ormai Livorno è il passato e ciò che resta d’un pareggio che viene poi rivalutato dall’aiutino della Fiorentina in combinata con il cadeau di Reja, è semplicemente il rimpianto d’aver sprecato l’occasionissima per far sentire alla Roma il fiato sul collo e di presentarsi domenica, al gran galà, avendo la possibilità di sistemarsi a meno uno. Però ciak, si gira: evitando d’intrufolarsi nel frullatore, anzi fermandolo, perché un presidente sa come scongiurare il pericolo del chiacchiericcio e la contromossa è giocare d’anticipo, entrare in tackle, una sorta di fallo tattico utile per rimettere ordine nel silenzio e lasciare che scivoli via pure quella delusione che Benitez non ha nascosto, né poteva, perché per lui – eventualmente – avrebbe parlato la faccia.

GIU’ LE MANI. Dal Napoli, ovviamente: perché c’è un metodo strategico (e un po’ spiccio) per scacciare via qualsiasi fantasma oppure l’eco dell’insoddisfazione umanissima: prendere il malessere, afferrarlo di petto, sbatterlo via con quella dose di nuda e cruda realtà ch’è contenuta nell’1-1 dell’Ardenza, non un indimenticabile pomeriggio. E’ preferibile stemperare, o anche dirottare l’attenzione sul vuoto: perché pure questa sa di tattica, un elegante disimpegno in contropiede, le vocini della critica che s’alzano e De Laurentiis che «diabolicamente» riparte a campo largo: «Io della partita di Livorno non vorrei parlare, perché, come s’usa dire, i conti si fanno alla fine. Qui siamo dinnanzi ad un gioco al massacro che procede gara dopo gara, dicendo spesso banalità. E’ un rito che conosciamo a memoria: per me ne riparleremo all’ultima di campionato».

SU LA TESTA. E quindi, avanti tutta: la Roma domenica prossima e poi il Porto al giovedì, il Torino al rientro e poi il Porto al San Paolo, la Fiorentina a Fuorigrotta e – di conseguenza – il destino che potrebbe essere deciso, in una quindici giorni da far tremare i polsi, da curare nei minimi particolari, pure quelli mediatici, e da svelenire da qualsiasi interpretazione che rischi di appesantire l’atmosfera. Livorno-Napoli è finita nell’archivio, con quel peso chissà quanto ingombrante, o anche pregiudizievole, che può avere il pareggio: però intanto, prima aveva rallentato la Roma e poi s’è addirittura fermata la Fiorentina e il De Laurentiis che s’avventa sul clima post-Ardenza e lo ripulisce da qualsiasi forma d’«inquinamento ambientale» fa opera d’interdizione, governa palleggiando con il linguaggio e comunque distrae: la nuova formula, al di là del 4-2-3-1, per risistemare gli equilibri (stavolta quelli umorali e collettivi, mica tattici) e per opporsi al rumore d’un nemico che non c’è. Perché poi prevenire è sempre molto meglio che curare. E intanto: Qui siamo dinnanzi ad un gioco al massacro che va avanti partita dopo partita, con dentro un po’ di banalità. «E’ una situazione che conosciamo a memoria, ne riparliamo al termine della stagione». Napoli, uno scudo ti proteggerà.

FONTE Corriere dello Sport