shinystat spazio napoli calcio news Quell'intermittenza che diventa difetto congenito

Quell’intermittenza che diventa difetto congenito


Ed eccoci qui, a commentare l’ennesimo stop stagionale di una squadra, quella azzurra, nuovamente ferma al palo, imbottigliata nel traffico delle illusioni e impantanata nel limbo dei timorosi, coloro i quali si fermano sul più bello, quando dal bruco dovrebbe nascere una farfalla e spiccare il volo. Ed invece il Napoli troppo frequentemente resta incompiuto, alterna prestazioni da capogiro a preoccupanti e incomprensibili prove che fanno ricredere, riflettere e conseguenzialmente concludere che è assai probabile che si andrà avanti così fino a fine stagione. L’Europa League ha ancora una volta messo a nudo determinati fattori, così come capitato durante la gestione Mazzarri, per altri motivi e grazie anche a determinate scelte che evidenziarono una inadeguatezza dell’organico. Questa volta lo Swansea ha riportato a galla i fantasmi di una timidezza di indole che paralizza gli azzurri e li costringe a vivere una gara di paure, di tentativi di rattoppare vistose crepe, di discutibili reazioni dalla dubbia efficacia.

Per fortuna il risultato, bugiardo come non mai, ha detto che la qualificazione è ancora a portata di mano, e forse questo è ciò che conta veramente, ma vi invitiamo ad andare oltre e a cercare almeno di interpretare un pensiero che annienterebbe sul nascere quel famigerato e obsoleto modo di vivere la squadra, legato ad un retaggio oramai passato che ha come principio cardine la capacità di accontentarsi, di sospirare per una mancata sconfitta, di affermare che, tutto sommato, l’importante è stato non averle prese. Siamo d’accordo che nel calcio contano i risultati, ma è pur vero che, come dice Benitez, esperienze come quella in terra gallese aiutano a crescere, e certamente il fatto di aver improntato la gara in sordina, alzando barricate pressoché inefficaci, cercando di limitare un avversario che per grinta e forza d’urto avrebbe meritato la vittoria indubbiamente, non induce a ricavare da questo atteggiamento un qualcosa che possa avvicinarsi a quel tentativo di inculcare il pensiero vincente che ancora una volta ha perso l’occasione per penetrare nelle menti dei protagonisti azzurri. Converremo noi tutti che lo Swansea, seppur squadra giovane e veloce, dinamica e volenterosa, ha dei limiti strutturali, soprattutto tecnici, tali da abdicare senza battere ciglio al primo attacco adeguato degno del poker d’assi che il Napoli ha schierato in prima linea, invece inopinatamente fuori partita e quasi inoperosi per buona parte del match. In una gara di coppa, dopo le fatiche di campionato, è concepibile che una squadra possa sentire le fatiche e gli affanni della domenica precedente, ma è pur vero che gli azzurri hanno dimostrato di essere totalmente indisposti verso la fase d’attacco, se non nei primi minuti e nulla più.

La rubrica “io non ci sto” di questa settimana si trova in disappunto proprio su questo atteggiamento svogliato che sottolinea ancora una volta i limiti di una squadra emotivamente ancora lontana dallo spirito vincente che, almeno in parte, dovrebbe già alloggiare nella testa di un gruppo troppe volte scoperto a specchiarsi e a distrarsi, perdendo per strada occasioni per mettere ancora un altro mattone per  costruire la propria fortezza, a protezione di un progetto ambizioso che, al culmine del proprio percorso, busserà alla porta per chiedere ancora una volta agli azzurri di dimostrare sul campo di meritare il fregio prezioso. Nonostante tutto, come detto, al San Paolo il Napoli potrà costruire la sua qualificazione, ma segnali come quello di giovedì sera dovranno essere analizzati non soltanto alla luce di una esperienza di sofferenza e capacità di tenere botta, ma anche e sopratutto considerando un fattore imprescindibile per diventare finalmente grandi, la ricerca di quella imposizione che dovrà divenire il marchio di fabbrica degli uomini di Benitez, e cioè la capacità di fare la voce grossa sempre e comunque, anche a costo di perdere la gara, ma bisognerà andare a giocarsi le partite con la consapevolezza di non essere mai l’agnello sacrificale, riuscendo invece a camuffarsi da lupo famelico, in grado di azzannare e di dilaniare l’avversario anche con un colpo solo, per mostrare la propria forza ed amplificare il concetto che da troppi anni portiamo avanti, per essere vincenti bisogna essere spietati e continui, le fasi ad intermittenza dovranno essere più uniche che rare se si vuole davvero sognare di salire sul gradino più alto e dire “anche noi siamo qui a contenderci la gloria”.