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Higuain si racconta: “Giocare qui è motivo di orgoglio. Al Bernabeu nessun coro per me, ma al San Paolo…”


Vengano, signori, vengano all’ennesima puntata de I dottor Jekyll e mister Hyde del pallone, protagonisti coloro che in campo sono leoni e fuori si trasformano in agnellini. Sul palco, questa volta, sale Gonzalo Higuain, 26 anni, nazionale argentino, abituato ai grandi palcoscenici del calcio – prima al Real Madrid, ora a Napoli- e perciò aduso a incrociare tacchetti e gomiti coi peggiori difensori al mondo senza arretrare di un passo, anzi. Date le premesse vi aspettereste un sicuro di sé, petto in fuori e testa alta anche in borghese, sì? No.

Higuain a scartamento ridotto entra in una saletta del centro sportivo del Napoli, nella quiete del villaggio Coppola a Castel Volturno, e pare più piccolo di quel che sembra in televisione. Soprattutto, dimesso: capelli freschi di doccia educatamente pettinati con la riga di lato, maglietta mimetica griffata Napoli su braccia e petto normalmente muscolosi, una stretta di mano appena accennata, occhi bassi e un “Piacere” soffiato in un sussurro quasi impercettibile. Maleducato? Stressato? Nervoso? Ma no, semplicemente, inguaribilmente timido. Riservato. Prudente.

E allora? Che ci frega, a noi? (voi), tifosi napoletani. A noi (voi) interessa il mister Hyde che in partita fa la faccia cattiva e segna gol come quello all’Inter – un sinistro dritto e secco come un pugno di Marvin Hagler – o l’altro, purtroppo inutile, all’Arsenal in Champions (giravolta su se stesso e destro all’angolo): insomma, il giocatore capace di far dimenticare in fretta Cavani, come testimonia il milione e mezzo di visualizzazioni su youtube del video nel quale, dopo il gol al Borussia Dortmund di settembre, lo speaker del San Paolo grida per 9 volte “Gonzalo!” e il pubblico gli fa eco gridando “Higuaiiin“. Chissenefrega, perciò, del dottor Jekyll che si muove con qualche impaccio fuori dal campo.

Avrete pure ragione, ma da qualche parte dovevamo partire, nel raccontarvi venti minuti di chiacchierata con un centravanti dai numeri da fenomeno e dalla parola centellinata e un poco scontata, al netto delle (superabili) barriere rappresentate dalla lingua.

Il fatto che sia un calciatore non mi rende diverso da un impiegato, un artigiano, un commerciante. È vero che io posso permettermi degli sfizi agli altri negati, ma è la legge della vita. D’altra parte, la maggior parte delle persone può girare in strada tranquilla, non ha gli occhi di tutti addosso, non deve giustificarsi se non ha voglia di posare per una foto. Non si può essere calciatori per 24 ore al giorno. Facile invidiarmi, ma prima di diventare chi sono ho sofferto molto. Sono andato via di casa che ero un ragazzino, lasciando famiglia e amici. Me li ricordo i compleanni passati da solo. Sono una persona normale cui piacciono cose normali, ma tante volte non le riesce a fare. Era così in Argentina, è stato così a Madrid, è così adesso a Napoli: se di sera esco per un’ora, qualcuno dirà che sono stato fuori tutta la notte”.

Sembra di sentire Lavezzi, che proprio a SW spiegava (anche) in questa maniera la decisione di lasciare l’Italia per la Francia, destinazione Parigi, dove il vecchio vizio dello sciovinismo fa sì che la gente che lo incrocia per strada non gli dia retta più di tanto. “Boh, non lo so. Forse lì, o in Inghilterra, passerei inosservato. Però io qui sto bene, davvero. La città, la gente, mi piacciono. È tutto molto divertente, compreso guidare nel traffico. Sì, anche in Argentina in strada è un casino, ma a Napoli veramente ognuno fa quel che vuole quando è in macchina: al volante non guardo mai dritto davanti a me, ma sono costretto a muovere continuamente la testa a destra e a sinistra perché mi sbucano da tutte le parti. Secondo me ci sono più motorini che persone. Ma Posillipo, la parte alta della città dove sono andato a vivere, è una zona tranquilla. E da casa ho un panorama straordinario. Esco con Callejon e Albiol, che erano con me a Madrid, e con Fernandez che è argentino come me. Insigne? Non sono mai andato a cena con lui, ci vorrebbe il traduttore”.

Suo padre Jorge è stato un buon difensore. Al figlio ha trasmesso l’amore per il pallone e il soprannome: lui era per tutti El Pipita per via di un naso pronunciato, Gonzalo è El Pipita. Non tanto per ragioni somatiche, quanto perché in Argentina il Pipita è l’equivalente dello scugnizzo napoletano. Si riconosce in questo modello Higuain? “Sì, ma solo nel senso che da piccolo ho giocato tanto per strada, proprio su consiglio di papà. È là che si impara il mestiere, diceva. Il resto me lo ha insegnato lui: “Fai questo movimento, dà fastidio al difensore, se proteggi la palla in questo modo diventa più difficile togliergliela”. In fatto di ruolo non ha seguito le orme paterne: “Non per spirito di ribellione, ma perché tutti i bambini sognano di fare gol , piuttosto che evitarli, così fin dall’inizio mi sono schierato in attacco. E visti i risultati ho continuato”.

Mamma Nancy invece è una pittrice (“Come fai a saperlo? Nessuno mi ha mai fatto domande su di lei”): la storia vuole che al figlio abbia trasmesso una spiccata sensibilità, la capacità di emozionarsi davanti alle cose belle, un certo gusto per l’arte, ma non il talento. “Con i piedi me la cavo, con le mani sono un disastro“, sorride lui. “Per mia madre dipingere non è un vero lavoro, ma un altro modo di vedere la realtà. In Argentina ha allestito un paio di mostre, e sono piaciute. Io ho riempito la casa di suoi quadri”.

Sul paragone con Cavani: “Quando sono arrivato sapevo che avrei dovuto convivere con la sua ombra. Non sarebbe stato un problema in ogni caso, a maggior ragione non lo è diventato grazie all’affetto che i tifosi mi hanno dimostrato dal primo giorno: al Bernabeu non mi hanno mai dedicato un coro, qui ogni volta che gridano il mio nome è come il rombo di un tuono. Qualcuno pensava che in testa avessi solo il gol, invece mi piace regalare un assist, aprire gli spazi per i compagni. Serve questo per vincere lo scudetto. Io ci credo”.

Lo voleva la Juve, lui ha scelto Napoli: “De Laurentiis mi ha spiegato le sue ambizioni, ma la differenza l’ha fatta la presenza di Benitez. La sua idea di gioco è la mia: un calcio bello da vedere e redditizio, che guarda più alla porta avversaria che alla propria. E poi, questa è stata la squadra di Maradona. Per ogni argentino giocare qui è motivo di orgoglio. Diego è stato il mio allenatore in nazionale, ma quando è stato il momento di decidere non gli ho chiesto consigli. Ho scelto da solo, come sempre. E ogni giorno che passa sento di aver preso la decisione giusta”.

Ma quanto ha inciso la sicurezza del posto, forse per la prima volta in vita sua? Al Real, Schuster non lo faceva giocare perché “non segna mai”, diceva, e Mourinho nell’ultima stagione lo ha utilizzato soprattutto come riserva di Benzema nonostante i 16 gol in 28 gare di campionato. “Ho giocato tanto il primo anno, poi ha iniziato ad alternarmi col francese senza un vero perché”. Non ha chiesto spiegazioni: “Non lo faccio mai, soprattutto se sto facendo molto bene, come a Madrid, non avrebbe senso. Inutile fare domande, se nessuna risposta può essere soddisfacente. Alla fine, è stato proprio questo a farmi decidere di andarmene. Volevo giocare di più“. Già, molto mister H. del dottor Jekyll…

Fonte: sportweek