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Lacrime napulitane

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Una cosa che ti riempie così tanto che riesci a scordare la tua vita di merda…Le partite sono l’unico posto dove puoi lasciarti andare senza paura che vengano ad arrestarti: urli, fai il matto, ridi…piangi anche! In quale altro posto puoi stare ore a cantare a squarciagola con i tuoi amici?

Così, nel film “Il mio amico Eric”, il protagonista descrive tutto ciò che gli manca quando non va allo stadio. Al triplice fischio dell’arbitro, col macigno sul cuore, ho guardato a destra, a sinistra, mi sono voltata dietro e ho dato una pacca sulla spalla a chi mi era davanti. Tutt’intorno, un’umanità infinita e mi sono venute in mente le parole del tifoso del Manchester United, protagonista del film. Solo così riesco a descrivere la curva prima, durante e dopo la partita Napoli-Arsenal.

Per passare il turno di Champion’s ci sarebbe voluto un miracolo. O un po’ di fortuna. A Napoli ci dicono di credere nei miracoli solo due volte l’anno e di “ciorta” neanche l’ombra, praticamente, da sempre. Di arte dell’arrangiarsi, invece, quanta ne volete. E allora abbiamo dovuto fare con ciò che avevamo, da soli, senza potere contare su niente e su nessuno. Tutto in perfetto stile partenopeo. Prima di partire da casa, abbiamo assistito all’agghiacciante, è il caso di dire, sconfitta della Juventus con relativa uscita dalla Champions. Moderati commenti sui social, poche telefonate di commozione, sentite parole di dispiacere da parte di tutti i tifosi napoletani che si avviavano allo stadio con la morte nel cuore. Cominciava la nostra partita da dentro o fuori, consapevoli che il fuori sarebbe stato, comunque, a testa alta. Da lì a qualche ora, avremmo saputo che la testa l’avremmo potuta tenere anche altissima, anche più che altissima, da torcicollo. Inutile dire che ne siamo orgogliosi, ma nonostante il collo alto non vediamo gli ottavi di Champion’s e questo ci lascia molto amaro in bocca.

Arriviamo allo stadio che i cancelli sono ancora chiusi, come al solito. Il biglietto viene controllato ben bene dallo steward, a fuoco incrociato con il documento. Una volta appurato che i nomi coincidono, i faccioni contornati dai capelli rossi pure, che lo zaino non contiene bombe a mano e fucili a pompa, mi fanno finalmente entrare e prendere posto. Il mio posto. In tutti i casi, non sarebbe stato difficile trovarne uno libero, visto che il pubblico non è quello delle grandi occasioni. Purtroppo. L’argomento principale è infatti il numero di biglietti venduto. Si parla di 35mila tagliandi. Pochi, maledettamente pochi per una partita in cui bisogna spingere anche dagli spalti. Qualcuno dice che ci siamo imborghesiti, qualcun altro ipotizza  che ci siano troppe partite vicine e si punta di più a quelle di campionato, altri ancora stentano a crederci che qualcuno si stia perdendo l’occasione di vedere una partita storica. In tutti i casi, essere al San Paolo sarebbe stato un atto d’amore e, capisco, che non tutti pensano che ne valga la pena. Le follie d’amore le fai solo se è quella giusta, “per tutta la vita” e, forse, qualcuno non è ancora sicuro.

Beh, chi c’era, però, ha urlato e sostenuto anche per chi non c’era. E ha esultato per ogni azione decente, anche quando non andava a buon fine. Anche un paio di volte di troppo, quando si è diffusa la notizia, falsa, di un fantomatico e insperato vantaggio del Marsiglia sull’1-1 o pareggio sull’ 1-2. Poco male. L’ho detto prima, siamo abituati a contare solo sulle nostre forze. E allora il primo goal arriva tardi. Tutti ci speravamo, tutti ci credevamo. Ma siamo passati, alla fine, dall’esclamazione  della “speranza tendente al miracolo” de “il pallone è rotondo”, a quella “delusa tendente al consapevole” de “il pallone è fetente”.

Però, la curva è “una cosa che ti riempie così tanto che riesci a scordare la tua vita di merda” ed è “l’unico posto dove puoi lasciarti andare senza paura…: urli, fai il matto, ridi…piangi anche!”

Già. Piangi anche. Qualcuno lo faceva per rabbia, qualcun altro per delusione, chi per tristezza infinita. Ma in ogni lacrima vista in curva, al triplice fischio dell’arbitro e per molti minuti dopo, dicevo, per ogni lacrima uscita dagli occhi di tutti noi, adulti tornati bambini, ci ho visto un orgoglio infinito e la consapevolezza di essere al posto giusto, nel momento giusto, con le persone giuste e per i colori giusti. Le lacrime le abbiamo viste anche in campo. Higuain su tutti. Come potremmo non tornare lì anche domenica sera? Come potremmo non tornare in quel posto dove puoi lasciarti andare, dove puoi urlare, fare il matti, cantare a squarciagola con gli amici, ridere. E piangere, anche! Come?

Semplice. Non si può.

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