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Quando la trasferta è così brutta, non è mai facile


1378285_658877580811584_93993545_nNon è facile. Non è mai facile. Non è facile per niente. Ma s’ha da fare. E allora eccomi qui, senza se e senza ma. A raccontare di una brutta trasferta, sotto tutti i punti di vista.  Per il risultato, per l’organizzazione del servizio pubblico, per l’accoglienza dei tifosi di casa, per la consapevolezza di avere una difesa indifendibile e per la desolazione generale che ne è scaturita.

 E’ stata una trasferta tormentata fin dall’inizio. L’idea di pagare 46 euro ad una banca non piaceva a nessuno e allora siamo stati lì a cincischiare e a lamentarci fino a quando la riapertura di San Siro, nonostante i cori incriminati,  ci ha dato la certezza che i nostri compagni sarebbero andati a lì a beccarsi di tutto da curve impunibili. E allora andavano sostenuti. Quindi, facciamo il biglietto e con un paio di auto si va. Si va tardi, perché oltre ai 46 euro da sborsare, ci sono anche le ore di permesso da prendere a lavoro perché si gioca di venerdì. E allora non si parte prima delle 17. E si va non prima di prendere una bella tachipirina, perché l’influenza è venuta a trovarmi proprio nel giorno peggiore. Il giorno in cui, tra l’altro, ci sarà Diego allo stadio con noi. E, magicamente, i 46 euro cominciano ad avere più senso.

 

Arriviamo al mega parcheggio, dove ci aspettava probabilmente tutta la polizia della capitale, vigili e carabinieri per controllarci tessera, documento, biglietto e zaino con ben due pre-filtraggi. Il mio biglietto è stato controllato avanti, dietro, di lato e letto con attenzione con smorfia di disappunto, come se avessero avuto in mano un cucciolo di extraterrestre. Comunque, per fortuna, passo indenne, entriamo nell’autobus e lì restiamo ad aspettare per più di mezz’ora. Finalmente i deportati si mettono in cammino verso l’Olimpico, arrivandoci dopo un’ora circa. Alle 20:15 arriviamo e, quando scendiamo, ci troviamo davanti cordoni di agenti di polizia in tenuta antisommossa, qualcuno ci filmava. Da deportati siamo diventati criminali che entravano in carcere. Da fuori già sentivamo un piccolo assaggio dell’invocazione al Vesuvio e del repertorio impunito. Una volta entrati nel cancello esterno, prima di passare nei tornelli, ci ritroviamo inghiottiti da una massa informe di tifosi partenopei ansiosi di entrare, vista l’ora. Tutti conosciamo le file che sappiamo formare noi napoletani, vero? Ecco, ho visto cose che voi umani… piedi sulle spalle di poveri indifesi che facevano da perno a gente che voleva lanciarsi in avanti per fare prima, gomiti nello stomaco, passaggio a tre nei tornelli, dita negli occhi e ginocchia nelle gengive. Noi cerchiamo di non perderci, ma è un’impresa. Soli, completamente soli. Non uno steward o un poliziotto vicino al tornello che cercasse di mettere ordine. Da deportata, diventata poi criminale, finisco per essere una polpetta schiacciata. Comunque, riesco a passare il tornello e cosa ci trovo dall’altra parte? Uno schieramento di steward e altri poliziotti in tenuta antisommossa che ci guardavano con una calma e serenità inquietante, mentre prendevamo a capate i tornelli per passare. Mi fermano per controllare per l’ennesima volta lo zaino. Io glielo apro, ma non prima di dirgli che al di là del tornello c’è tutto un mondo a loro sconosciuto che rende altamente inutile la loro presenza lì. Capisco, però, che è tardi e devo raggiungere gli altri che sono già dentro.

 

Già. Dentro. Se le allucinazioni della febbre mi hanno fatto pensare di morire schiacciata nella folla al di là del tornello, subito dopo mi hanno fatto immaginare di entrare nel nostro settore con un fumogeno che mi passava sulla testa. “Impossibile!” – penso- “Ho visto male!”. Trovo gli altri, vado per raggiungerli e le mie allucinazioni da febbre mi fanno vedere una bottiglia che mi vola sulla testa. Di vetro. “Impossibile!” – penso- “Avrò visto male!”. Prendo posto, guardo il campo, le squadre sono entrate. E che la partita abbia inizio.

 

In campo sapete tutti cosa è successo. Non giochiamo male, ma vincono loro. Pandev onora l’amicizia con De Sanctis, Cannavaro quella con Borriello e con il Papa, facendogli arrivare un pallone tirato da 40 metri, Orsato quella con le nostre bestemmie. Britos è innamorato del medico e ha deciso di non lasciarlo più, Higuain decide di non sporcarsi le mani che gli servono a contare ancora i 40 milioni che abbiamo sborsato. Però tutti abbiamo pensato che va bene Higuain in panchina, ma tenere Maradona in tribuna è proprio un sacrilegio! Qualche palo lo prendiamo noi, qualche tiro lo fanno loro. Due quelli decisivi, entrambi su palla ferma. Una punizione, con esultanza molto simpatica che mi ha fatto sentire cose irripetibili, e un rigore che sappiamo, poi, non esserci.

 

Insomma, in campo la riassumiamo così, volendone parlare poco, visto che dalle 22:49 di ieri sera erano già tutti col patentino di allenatore e il diritto di sparare a zero su qualsiasi cosa. Diritto di espressione e passione di tifosi accalorati e delusi sono un mix esplosivo. E va bene così. Tutto ciò che è successo sugli spalti, invece, lo riassumiamo diversamente. Con meno cinismo e più tristezza. Loro cantano e noi pure. Loro ci salutano con i soliti “Vesuvio lavali col fuoco” e “Colerosi, terremotati, ecc.” e noi applaudiamo ironicamente. Loro lanciano fumogeni, bicchieri con urina, bottiglie di plastica e vetro (e qui penso ai 45mila controlli subìti da me), aste delle bandiere, bombe carta e petardi e noi gli rilanciamo dietro quello che possiamo. Certo è, che ogni tanto sentivamo un “Ohohohoh” che ci avvertiva di alzare gli occhi al cielo e capire come ripararsi da quello che arrivava. In mezzo, una fila di steward e poliziotti che, con la stessa capacità di mantenere l’ordine pubblico di quelli fuori, chiedevano ai giallorossi “Per piacere, potete evitare di lanciare anche le vostre mamme nel settore ospiti?” e a noi “Dai, cosa sarà mai? Non arrabbiatevi”. L’unico applauso all’unisono di tutto lo stadio c’è stato all’arrivo di Maradona in tribuna, ma è durato molto poco e, a dirla tutta, non ci abbiamo più pensato. Ridimensionando anche il senso che avevamo dato ai 46 euro.

 

A partita finita, la delusione è palpabile. Le facce tristi, ancora oggetti che volavano tra i due settori, ancora cori di stima tra le due tifoserie. Restiamo un’ora dentro, poi un’altra ora nell’autobus fermo, poi un’altra ora nell’autobus in movimento e finalmente in auto per tornare a casa. Senza voce, senza un punto e senza alcuna voglia di tornare di nuovo all’Olimpico. Una sconfitta che va al di là di quella in campo. C’è chi stanotte non ha dormito e chi stamattina si è svegliato ancora bestemmiando. C’è chi fino alla prossima partita non pensa ad altro e chi non guarderà neanche le altre squadre per non sapere quanti punti ci recuperano. Ci sarà anche l’ottimista ad ogni costo e chi non vorrà vedere più Cannavaro neanche in cartolina. Ci sarà chi sostiene Benitez e la sua flemma sorridente e chi quel sorriso glielo vorrebbe togliere a pugni. Tutte facce di una stessa medaglia. Ma una cosa è certa. Non è stato facile raccontare di una sconfitta. Non è stato facile per niente. Non lo è mai stato.