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L’importanza di chiamarsi Cannavaro


Cannavaro si appresta a tagliare un altro importante traguardo personale

Non gioca, ma sta li, in panchina a guardare la squadra giocare benissimo.  Benitez lo considera importante, un uomo spogliatoio. Il capitano che deve rimanere. Ma in campo  non gioca più così spesso. La fascia l’ha lasciata ad Hamsik. La sua di fascia ce l’ha quando la partita deve ancora cominciare o almeno, quando finisce.

Le sue dichiarazioni di inizio settembre sono ancora attuali. Ha ragione Cannavaro, ce ne vuole per giocare a Napoli, da napoletano. Non è una piazza facile. O la si ama o la si odia. Lui la ama, come è ovvio che sia. Anche se non gioca e se guarda la partita dalla panchina.

L’ha cercato il Milan nelle ultime ore di calciomercato, ma Paolo Cannavaro ha preferito rimanere nella sua città, all’ombra del suo amato Vesuvio.

Non è suo fratello. Fabio, il capitano della notte di Berlino, le fortune le ha vissute altrove. Ha vinto un mondiale, un pallone d’oro, ma Napoli non si è potuta forgiare degli stessi titoli. Paolo invece rinunciò alla Serie A pur di vestire la maglia azzurra: un sogno.

Ora dopo sei stagioni da assoluto protagonista, tra critiche, lusinghe, alti e bassi, si vede messo in disparte. Ma comunque non molla. Resta li ad urlare in panchina. E aspetta di giocare. Magari sarà stasera contro il Sassuolo. Però per lui è sempre come la vittoria in Coppa Italia o in Champions.

Perché per un napoletano la maglia azzurra è questo ed altro. Soprattutto se si chiama Cannavaro.