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Non un miracolo, ma un regalo


foto(28)“In un mondo che non ci vuole più, canterò di più! Canterò di più!”

Si torna a casa alle due passate con questo mantra nel cervello, strofe di un coro cantato a fine partita per tanto tempo dopo il triplice fischio dell’arbitro che decretava la nostra vittoria sui vice campioni d’Europa. Coro che continuava a rimbombare al San Paolo, mentre, ormai, si procedeva a spegnere i riflettori su una partita storica,  quando ormai gli steward ci invitavano a lasciare casa. Quasi uno sgombero forzato, perché noi da lì non saremmo mai voluti andare via.

Ci eravamo arrivati tanto tempo prima. Con la testa, in realtà, eravamo lì da giorni, ma abbiamo prima dovuto archiviare la pratica con l’Atalanta, poi i cancelli sono stati chiusi  sabato sera e riaperti solo alle 17 di ieri, e, infine, abbiamo dovuto affrontare un pre partita lungo, teso e creativo. Sì, creativo, perché abbiamo dovuto inventarci mille cose per cercare di non pensare che di lì a poco avremmo vissuto o la delusione o la gloria. Delle due, l’una.  E allora si è visto circolare in curva una maschera di Homer Simpson, poi è sbucata anche la sua pancia. Qualcuno ha portato le carte e invitava chiunque a giocare “a chi perde”, qualcun altro gli ha fatto notare che in un pre partita potrebbe portare sfiga giocare a qualcosa con la parole “perde” dentro. E la scaramanzia non è un hobby da queste parti. Un paio di amici ingannavano l’attesa facendo foto, pubblicando il giorno dopo un reportage al limite della legalità e della follia. Eccellente! E poi c’è chi ha sfidato mari in tempesta e scalato montagne tra gomiti, ginocchia, spalle, sigarette negli occhi, noccioline nelle orecchie e piedi su piedi per andare in bagno. La vera sfida, per fortuna vinta, perché l’eroina in questione sono io, è stata tornare in tempo per l’ingresso in campo degli azzurri.

Eh si! Azzurri, cari miei! La giornata era cominciata con minacce di maglie militari in campo, in perfetto stile con la battaglia appena descritta per una pipì. Il terrore nel cuore che chi aveva subodorato qualcosa sulla questione avesse ragione. “Le maglie, se le hanno fatte, le devono mettere!”. “Sabato l’hanno messa per abituarci all’idea!”. “L’aveva detto che erano per la Champions!”. Eh no! L’affronto è stato fatto già una volta e se errare è umano, perseverare è diabolico. Lo dice pure uno famoso. Comunque, sta di fatto che i nostri eroi ieri sono stati azzurri. L’unico colore che avremmo voluto vedergli addosso e siamo stati accontentati.

Gli spalti erano bellissimi. Pieni, ma questo si sapeva. Ma erano pieni di gente bella. E soprattutto pazzi che avevano raggiunto il San Paolo prendendo voli, treni e facendo ore di auto. Non se la sarebbero persa per niente al mondo. Ecco perché la mattina siamo andati a prendere un amico che veniva da Torino, torinese di nascita ma napoletano di cuore e azzurro nelle vene; ecco perché mentre prendevamo il torinese alla stazione, ne arrivavano altri quattro all’aeroporto, tra Piemonte e Valle d’Aosta; ecco perché la sera prima abbiamo condiviso la tensione della vigilia con chi, emigrato a Verona, era tornato apposta; ecco perché, ancora, allo stadio abbiamo salutato con affetto chi veniva da Bologna. Tutti con un unico obiettivo: fare la propria parte. E l’abbiamo fatta! Oh, se l’abbiamo fatta! Manco se avessimo preparato l’ugola per mesi. Tutta natura e passione. Entusiasmo ed energia. Carica e orgoglio. L’urlo si è sentito, eccome! E girano video sul web che a risentirlo ti prende ancora un brivido alla bocca dello stomaco. Ho visto lacrime, sorrisi e pacche sulle spalle. Come d’incoraggiamento o semplice vicinanza, in mancanza di uno xanax. E mancavano ancora i 90 minuti della partita.

Beh! Io mi fermo qui. Quella che abbiamo visto dopo non è stata un’impresa, un caso, una sorpresa del tipo “il pallone è rotondo e può andare in qualsiasi modo!”. Questo disse il mio fruttivendolo un paio di giorni prima, ricordandomi un Napoli-Perugia in cui il Perugia, che praticamente non vinceva mai ed era nettamente inferiore a noi, strappò il risultato grazie ad un’autorete di Ferrario.  Ironia della sorte e delle coincidenze, un’autorete. Oggi non vedo l’ora di tornare dal mio fruttivendolo, regalargli un sorriso, una pacca sulla spalla e dirgli che la partita di ieri non è stata un’impresa o un caso perché il pallone è rotondo, ma è stata una partita di calcio vero. Quello consapevole dei propri limiti, ma anche di quelli degli altri, che, spesso, sono la tua forza. Quello in cui ti fidi del compagno, quello in cui non ti senti solo, quello in cui vincere non significa solo prendere tre punti, ma vuol dire cominciare a scrivere una pagina di storia. Quello in cui i tifosi non sono semplici spettatori, ma sono quelli che si emozionano con sentimenti che pensavano di aver perso, che piangono per te, che creano legami forti, fortissimi, per il solo fatto di andare a vedere insieme una partita. Quella di ieri non è stato un miracolo, San Gennaro lo lasciamo a chi ha bisogno di crederci. Quello di ieri è stato un regalo. Come quello di Natale, ricevuto da bambino, che scarti piano piano, e mentre lo scarti capisci che chi ti vuole bene ti ha regalato proprio quello che volevi e che avevi sperato da mesi. E allora sei pronto a saltargli al collo e riempirlo d’amore e di gioia. Ecco, adesso provate a dirmi che non vi sentite proprio come quel bambino che il giorno dopo guarda e riguarda incredulo il proprio regalo. E provate a dirmi che, riguardandolo, non vi sorride ancora il cuore.