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Un sorriso più di mille parole


Appena vedemmo il calendario, fummo tutti d’accordo sulla prima trasferta dell’anno. Verona. Mai stati al Bentegodi, non vinciamo da troppo tempo, abbiamo amici di “Verona Azzurra” che ci aspettano, uno in particolare che ci invita a pranzo e siamo ancora in clima  più o meno vacanziero. Non vedemmo motivi per non andarci. O, almeno, ci sembrò interessante concludere agosto in compagnia del nostro amore.  E allora, si è fittata un’auto da sei, si è scelta la compagnia giusta, tra i soliti consolidati e qualcuno felicemente acquisito, ci si è svegliati alle quattro e via. Direzione Verona.

Tra sonnecchiamenti, soste molto brevi, mappa alla mano con distributori di metano e cori inventati da chi era seduto avanti, compreso uno suggestivo in cui incitava a caricare con una spada, mistero degli ultras, il viaggio è andato via abbastanza veloce e tranquillo. Tranne quando abbiamo beccato un pullman di uno Juventus club diretto a Torino per la partita con la Lazio che ha improvvisamente riscaldato l’animo di uno di noi in particolare che ha dimostrato un fiuto infallibile, riconoscendo subito il pullman. Per fortuna, è stato tempestivo l’intervento di chi gli stava accanto e ha evitato che si lanciasse dal finestrino con l’auto in corsa per urlare loro la sua stima. Tutto regolare. Arriviamo a Buttapietra dall’amico di cui sopra e lì per due ore dimentichiamo completamente il motivo per cui abbiamo fatto sei ore di viaggio partendo all’alba e capiamo perché inconsciamente abbiamo accettato di buon grado l’invito a pranzo. La bella compagnia, è chiaro, ma anche una donna che sa come prendere di petto i fornelli e come abbattere un gruppo di tifosi in trasferta. Forse volendosi vendicare di tutte le volte che gli abbiamo sottratto il marito per il Napoli. La verità è che non smetteremo mai di ringraziarla per la sua ospitalità. Dagli sguardi concentrati e cattivi del tifoso passiamo molto facilmente a cagnolini docili che si leccano i baffi e chiedono pietà. E un amaro. C’è chi aveva prospettato un giro a Verona, privandosi dei propri colori addosso per evitare problemi, ma il pranzo ci ha fatto perdere la cognizione del tempo e del luogo e subito dopo abbiamo avuto una sola voglia. Recuperare gli sguardi concentrati e cattivi e andare allo stadio. Recuperando anche il motivo per cui abbiamo fatto sei ore di viaggio partendo all’alba.

Alle 16 siamo pronti, alle 16:30 siamo davanti al Bentegodi. Non è un brutto stadio, ma soprattutto è uno stadio da espugnare, come non abbiamo fatto negli ultimi anni. E ci passano davanti i vari Moscardelli, Sardo, Dramè. Ci manca solo che ci fa una doppietta Paloschi.

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Ecco.Nonostante la nostra forza superiore, la mentalità finalmente vincente, più di un fuoriclasse in campo e tanta felicità davanti, siamo riusciti a far segnare due goal in 90 minuti a Paloschi. Forse la metà di quanti ne ha segnati in un anno intero. E questo non va giù. Il pre-partita se ne va tra saluti con vari tifosi emigrati, per i quali le vere trasferte sono al San Paolo: Ivrea, Bologna, Modena, Verona. E le domande sono: “Tu quale trasferta fai in Europa?”, “A Marsiglia come ci andate?”, “A Londra conosco un affittacamere, se v’interessa”; “Io da Verona me le faccio tutte e tre: Londra mi costa poco da Milano, Dortmund ho uno zio che abita vicino e Marsiglia ci andiamo con la macchina”, “Il difficile sarà venire al San Paolo per la prima”. E ho la conferma che sì, le vere trasferte per loro sono le partite in casa. Noi molto probabilmente andremo a Londra. Ma questo lo racconteremo un’altra volta.

Il Bentegodi ha un sapore particolare per alcuni di noi. Ci ricorda racconti di trasferte di amici e gesti eroici, invasioni di campo, saluti goliardici a sedere scoperto sotto la curva gialloblù quando le battaglie erano con un’altra squadra veronese, che ritroveremo quest’anno. Purtroppo gli amici e i loro racconti no, ma anche questa è un’altra storia. In tutti i casi, quando gli azzurri entrano in campo, è subito chiaro che i cori che si sentiranno in tv saranno i nostri. Siamo in tanti e ci facciamo sentire. D’altra parte, abbiamo fatto sei ore di viaggio partendo all’alba proprio per questo no?! E allora, riconosciamo subito il cerottone di Higuain che non saprà fare un tuffo a mare, ma sa giocare, eccome, a calcio! Sapevamo che il suo ruolo non era solo segnare, ma anche far segnare e muoversi con esperienza. Bene! E’ riuscito a fare tutte e tre le cose in una sola partita, tanto per gradire. Callejon continua a segnare e a regalare belle giocate, tanto che chi mi è accanto mi riconosce la lungimiranza per avergli dato fiducia fin dall’inizio, mentre un altro amico chiede scusa per non averlo fatto. Hamsik, invece, non ha bisogno di nessun atto di fede, di lungimiranza o di scuse. Sappiamo tutti che lui è stratosferico e, anche quando sembra di non essere in partita, e non è questo il caso, ci smentisce e ci zittisce tutti. Un alieno che sa anche come esaltarci. Sente la responsabilità di quella fascia e non potrebbe onorarla meglio. 4 goal in due partite. Quanto quelli che Paloschi aveva fatto in un anno, prima di incontrare la nostra difesa. Ma non fatemi parlare delle cose brutte, oggi, ve ne prego! Fatemi parlare della bellezza di tornare vittoriosi da Verona, di testimoniare quanto siamo cambiati dall’anno scorso, che dopo il quarto goal  ancora eravamo noi in attacco, senza dover vedere quelle manine di Mazzarri che invitavano alla calma e indicavano all’arbitro l’orologio. Gesti di chi ha paura di essere rimontato fino all’ultimo minuto. E noi con l’ansia sugli spalti. Ansia di cui, probabilmente, porto ancora le conseguenze. Insomma, la musica è cambiata. Più che tre tenori, qui è un’orchestra ben diretta e i nostri cori liberatori sono un’ottima musica di accompagnamento.

Non è per niente facile raccontare le emozioni di quando tutto è perfetto. Quantificate, potrei dire: 1.400 km in 24 ore di cui 13 di viaggio, 24 di risate, due di goduria culinaria e un’ora e mezza di partita, con quattro sessioni di abbracci, due di bestemmie e una finale di godimento puro. Forse i numeri rendono l’idea, ma vi assicuro che il mio sorriso al risveglio da tutto questo, una volta capito che non avevo sognato, vi avrebbe fatto capire molto di più.