shinystat spazio napoli calcio news Il razzismo nel calcio è un’oasi infelice

Il razzismo nel calcio è un’oasi infelice


chelsea_manchester_razzismoLa questione razzismo negli stadi ha preso una brutta piega. E non mi riferisco al fatto che esso sia un fenomeno che si manifesti di frequente (non lo scopriamo adesso), sotto varie forme, all’interno degli impianti durante le manifestazioni sportive, ma alla conduzione del contrasto dialettico. La saggezza va a rotoli. Diciamo che manca, altrimenti le faremmo un torto troppo ingiusto. Manca il “capo” da afferrare per percorrere con le dita il filo e sciogliere i suoi tanti nodi.

La parola razzismo è un abuso. La sua presenza sulla bocca di tutti disorienta, non di certo perché essa sortisca effetti destabilizzanti – semmai è il contrario – ma perché la figura retorica, perché a questo si è ridotta, ispira troppo spesso gli interventi sgraziati di chi invece avrebbe in consegna i sensi primari della responsabilità.

La classe politica, le società, gli allenatori, i calciatori, anche gli stessi giornalisti, prestano troppo spesso il fianco a facili e banali tentazioni, che, vuoi attraverso i social network, i giornali, le televisioni, i comportamenti in campo, più che scuotere gli equilibri (o gli squilibri) riflessivi dell’opinione pubblica, alimentano uno stato confusionale armato fino ai denti.

Livori, volgarità, appigli, questioni di principio, sono il becero gioco di rimessa di una struttura dialogica a distanza in mano a politici, anche di “nuovo corso”, è ovvio pure di vecchio, che non intervengono su aspetti sostanziali, ma non disdegnano di alimentare la deriva polemica della crisi, in certi casi addirittura fomentando fazioni provvisorie di misura trasversale, tanto riescono a coinvolgere chi saprebbe, e dovrebbe, farne a meno.

Si è passati, nel calcio avviene spesso, da un razzismo ideologico a un’intolleranza di natura propagandista, figlia dei media, della comunicazione, dell’iniziativa politica retorica e perbenista. Ecco che il pendolo della valutazione oscilla tra l’esasperazione vittimista alla tendenza di minimizzare ogni episodio, giustificandolo come parte naturale del calcio. Emerge l’incapacità, la scarsa sensibilità, l’azione maldestra da parte di chi avrebbe i mezzi per spingere altrove il problema, non dico liberando definitivamente il pallone, ma conducendolo verso approdi più confortanti.

Il razzismo è una questione morale, sì, ma pure economica, strategica, di ordine pubblico, di delicatezze sociali, di scoperta e di conservazione. Il calcio attuale respinge questi ingredienti, perché il suo funzionamento ha bisogno di un’isteria controllabile, che sia orientabile e contenibile, nei confini di una specie di astinenza continuamente soddisfabile attraverso meccaniche che accontentino tutte le posizioni, anche quelle più pericolose.

È un’alchimia che deve fare da magnete, perché l’attenzione deve fare numero, seguito certificabile. Ecco che tutto si riduce a pentolone per la cronaca del pettegolezzo, a memoriale della vergogna e a imbarazzo collettivo. E poi nel calcio molto raramente si verifica il vero razzismo. Quello reale, quello di fatto, che è fenomeno assai brutale, si trova altrove. E ci bazzicano pure quelli che si ergono a paladini del contrasto, spesso in abiti eleganti. Viviamo il tempo dei guardaroba di facile accesso.

Sebastiano Di Paolo, alias Elio Goka