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Analisi ai Raggi X: cosa va e cosa no nel nuovo Napoli


rafa_benitez_2L’aperitivo Champions di Londra, dell’Emirates Cup, ha stuzzicato la fame europea, qualche buona sensazione e due certezze: il mercato del Napoli non può ritenersi concluso; ogni giudizio definitivo sulla squadra è rimandato ai giorni in cui Maggio, Albiol, Inler e Higuain smaltiranno il ritardo di condizione, e la questione Zuniga sarà risolta una volta per tutte. Sì, è prettamente la seconda considerazione a imporre cautela: i cinque uomini di cui sopra sono imprescindibili per la buona riuscita della metamorfosi tattica di Rafa, ma vuoi per una questione esclusivamente fisica, vuoi per le problematiche legate al mercato, il tecnico non ha potuto provare con dovizia l’assetto – teoricamente – definitivo. E se in attacco il problema Pipita non sussiste, perché la stoffa è seta ed è solo questione di tempo, la tenuta difensiva collettiva ha destato perplessità: mancano un centrale rapido, più rapido dello stesso Albiol, e un esterno destro, e bisogna limitare sia le ripartenze avversarie, sia la tendenza a farsi schiacciare. Controindicazioni da cambio tattico. Per quel che riguarda i singoli, fatta eccezione per Reina, Rafael e Mertens, note già liete, i nuovi sono da rivedere. Le certezze, invece, arrivano dall’arma ancora micidiale del contropiede e dalla vecchia guardia: benissimo Hamsik, Insigne, Pandev e Behrami finché le gambe hanno retto la velocità di pensieri e opere. A proposito: la preparazione fisica, totalmente diversa rispetto al passato ma assolutamente comprovata. Risultati alla mano: Rafa ha vinto puntando da sempre sullo stesso preparatore e sulla stessa metodologia. Quella che ha portato la Spagna e il Barcellona sul tetto del mondo.

LA CONDIZIONE – A Londra, il Napoli ha corso finché ha potuto. Ha corso, e anche bene, fino a quando l’inevitabile calo tipico di inizio agosto non ha appannato muscoli e fibre. Allarme? Macché. Tutto normale, tutto nei canoni dopo neanche un mese di allenamenti. A generare qualche lecita domanda, comunque, è il cambio di preparazione: il programma studiato dal prof Paco De Miguel è infatti totalmente diverso rispetto a quello che la squadra ha seguito negli ultimi quattro con lo staff di Mazzarri. Differente ma non per questo peggiore: in linea con la tradizione spagnola, simile a quello che ha portato la Nazionale spagnola e il Barça a dominare il mondo e scientificamente approvato. Una garanzia a lunga durata e completo. Rispetto al passato, comunque, le sedute sono più brevi – 70 minuti al massimo, 30-40 in meno – ma più intense: lavoro ad alta intensità e quasi interamente con il pallone. Sì, è questa la novità più interessante. In palestra, la squadra si limita ai circuiti di forza, e minimo è anche il lavoro aerobico: 10-15 minuti a fine allenamento, con l’aggiunta di tabelle personalizzate in base ai risultati dei test con prelievo di acido lattico, eseguiti a inizio stagione dai dottori De Nicola, D’Andrea e Canonico.

LA TATTICA – Inutile girarci intorno: il primo vero, grande problema della gestione Benitez è venuto fuori quando il gioco s’è fatto più duro: la tenuta difensiva. Sì, la tenuta complessiva, un discorso ben diverso dall’analisi del reparto e dei singoli: fermo restando le palesi difficoltà di alcuni elementi, a Londra è parso chiaramente che la metamorfosi tattica collettiva non sia ancora avvenuta con successo. Il Napoli di Mazzarri faceva dell’organizzazione della fase passiva il primo punto di forza – a partire dal pressing della punta, fino ad arrivare alla cerniera a copertura dei tre più due dietro – mentre quello di Benitez punta su un modulo del tutto differente. A cominciare dalla linea a quattro. I giudizi veritieri non possono prescindere dalla crescita di Albiol e Maggio, in forte ritardo di condizione dopo la ConfCup, e dalla definitiva risoluzione dell’equivoco Zuniga, perché gli esterni sono fondamentali e lui più di Armero ha tempi e modi difensivi, ma l’acquisto di un altro centrale del livello di Cannavaro e Albiol stesso sembra necessario. Da rivedere anche la coppia mediana, con Behrami unica garanzia in copertura per dinamismo e caratteristiche, e i ripiegamenti delle ali.

LA RIVELAZIONE – Dopo i 3 gol realizzati con il Galatasaray, l’Arsenal e il Porto, e soprattutto dopo le prestazioni a cotè sfoderate nelle tre amichevoli, Goran Pandev ha rivoluzionato le teoriche gerarchie d’agosto sorridendo sornione. Scacco in tre mosse. Scacco del re macedone. Arrivano i nuovi e se ne cerca anche un altro, per rinforzare ulteriormente l’attacco, ma Goran ha spiegato chiaramente in tre partite di che pasta pregiata sia fatto: l’acquisto è fatto in casa. Lui, diciamola tutta, è un fuoriclasse vero: classe cristallina, sinistro fatato, giocate d’alta scuola, schizzi di follia geniale applicati al calcio che, se sorretti da una condizione fisica ottimale, diventano l’arma in più di una squadra. Micidiale. Al San Paolo con i turchi di Terim e a Londra con Arsenal e Porto ha raccontato storie molto interessanti sia da prima punta sia da trequartista, deliziando anche l’Emirates con un gol – del 2-0 ai Gunners – da registrare e conservare. La caratura, insomma, è da passerella, da superstar: se la caviglia che lo ha martoriato nella stagione precedente gli consentirà di trovare continuità, sarà un’impresa rinunciare a lui.

LA CONFERMA – La certezza, o per meglio dire le certezze, sono due. Legate entrambe allo stesso uomo: Marek Hamsik. Per intenderci: la prima, inossidabile, è che lo slovacco è sempre più il leader, il cuore, il cervello imprescindibile del Napoli. Nonostante la condizione fisica non sia formato deluxe. La seconda, emersa chiaramente anche dopo gli esperimenti dell’Emirates Cup, è che il miglior Hamsik, quello micidiale in contropiede, negli inserimenti e in rifinitura, nonché saggio nella gestione, viene fuori dalla trequarti in su. Tradotto: arretrato in mediana, nei due centrocampisti davanti alla difesa insomma, è come una Magnum caricata a salve. Uno spreco, una limitazione di un incredibile potenziale offensivo: sia in termini di gol, sia di assist. Non è un caso che, nella stagione precedente, giostrando da trequartista, Marek abbia realizzato 11 reti – con la paternità del 12° condivisa con Borja Valero -, e soprattutto ricamato ben 14 assist. E non è un caso anche che a Londra, con l’Arsenal, abbia messo sottosopra i Gunners partendo proprio dietro la punta, con tanto di regia del contropiede del 2-0 di Pandev, e con il Porto in mediana abbia sì recitato a soggetto, dall’alto della sua qualità superiore, ma senza acuti degni di nota.

Fonte: Il Corriere dello Sport