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Odio la diplomazia della guerra


editoriale_carlo_letteraQuesto non si può dire, il buongusto mi consiglia di evitarlo. L’altra cosa innescherebbe reazioni a catena, meglio rimanere sul ciglio e non buttarsi. Una scena da due soldi, così stupida, così nauseabonda che nello starci in mezzo si rischia di crederci. Allora occore smettere i panni del tifoso, essere dentro e fuori nello stesso momento, un po’ Padre Pio un po’ uomo, e finalmente assistere allo scempio mentre si rosicchia un lupino.

Cavani è già via, Cavani non ci appartiene. Non giudico l’uomo, che ho sempre ammirato, non giudico l’atleta, che ho sempre amato. Giudico la conversazione malata e inetta che appartiene costituzionalemte a questo mondo.
Insopportabili come le mosche sulla pelle sudata le frasi di circostanza. Non voglio un altro Mazzarri, non tollero la verità rimandata per finto perbenismo. Gli uomini si pesano sulla bilancia della volontà e della schiettezza; il calcolo e la corsa lenta che porta al cimitero non sono cose moralmente lecite. Al cimitero, se devo finirci, voglio finirci subito.

Ma il dialogo tra Napoli e il Sud America è incomprensibile, nessuno si sbilancia, tutti sembrano dipendere da volontà altre, da persone incoffensabili e ignote. Parla la madre, parla il padre, i protagonisti invece no! Sempre una sintassi di buone maniere che se si va a sbirciare è in realtà una sequenza grammaticale di cattive maniere. E’ cattiva maniera raggirare, è cattiva maniera dire ti amo e pensare all’amante, è cattiva maniera mandare baci e sognare di fare l’amore con la maggiorata che ci fa la corte.

Cavani e il presidente sono figure che sembrano essere governate da altre forze, poverini! Non si assumono responsabilità, l’uno rimanda la palla all’altro in un gioco infinito. Timorosi aspettano il Salvatore, il nuovo Cristo milionario che faccia felici entrambi liberandoli dal paradosso di se stessi.

Una parola, una frase che chiarisca per favore. Ma non che chiarisca cosa succederà, ormai siamo abituati a queste pantomime nemmeno più riuscite perchè troppo abusate; che chiarisca invece le posizioni, che si ammetta candidamente come stanno le cose, cosa è finito, perchè, quando, come. Ma non ci sarà tutto questo.

E allora nauseato dalla solita salsa acre e maleodorante mi rallegro della credulità degli ingenui, mi dico che vorrei essere un po’ come loro, credere alle parole. Ma la vita e le persone mi hanno insegnato che spessissimo, specie nel mondo del calcio, le parole somigliano un po’ troppo a quei rifiuti organici che poggiati sul mare oleoso di Varcaturo, lenti vanno alla deriva.

Carlo Lettera
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