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Utopia, apocalisse, speranza


editoriale_carlo_letteraLe utopie sono inferni rosati che non esercitano neppure più l’attrazione dell’orrido. E il loro difetto non è nella lontananza dalla realtà, ma nella capacità di anticiparci con notevole precisione un futuro di squallore.
I due generi, l’utopistico e l’apocalittico, che ci sembrano così dissimili, si fondono, stingono adesso l’uno nell’altro per formarne un terzo, meravigliosamente adatto a rispecchiare la sorta di realtà che ci minaccia e alla quale diremmo tuttavia di sì, un sì corretto e senza illusioni. Sarà il nostro modo di essere irreprensibili davanti alla fatalità.

Una minaccia sorda grava sullo spirito del tifoso, una sorta di vedovanza dello spirito, un’impotenza che sembra misurarsi perfino sul sogno. Cosa ci aspetta? Rimarrà il simbolo, la Gioconda che fa prezioso il marchio e orgoglioso il cuore? E se partisse? Dopo quale tela potrà misurarsi con la vecchia depredata? E il nuovo direttore del museo saprà spruzzare fiori sui giardini così colmi di fiori che vogliono sbocciare?

Non voglio sentir parlare di utopia, definizione così prossima alla certezza dell’impossibile, alla fatalità dello squallore di domani. Non voglio nemmeno l’apocalisse dei disperati, di coloro che alla partenza dei Cristi di turno si radono i capelli e immergono il capo nella cenere per poi coprirla col sacco. Vorrei uno spazio di speranza che sappia misurarsi con la fatalità dell’imprevisto. Vorrei, contravvenendo al mio stesso sentire, fondare per paradosso una nuova utopia: quella dell’amor fati del Napoli, il sì a questo colore nonostante l’agguato delle alterne vicende.

Arriva Dzeko, parte Cavani, arriva Gomez, parte Zuniga. In questo gioco di speranze e utopie il cuore è tentato di cedere alla disfatta o costruirsi un trionfo che poggia quasi sul nulla, sull’oroscopo del desiderio.
L’utopista nasce dalla miseria che lo sfianca, l’apocalittico dal rancore della sua incapacità ad amare il mondo per quello che è, lo speranzoso è invece figlio di una saggezza distorta, rimane nel suo tempo senza volerlo distruggere, affidando al tempo stesso l’orizzonte della sua felicità.

Chi vogliamo essere cari tifosi? I miserabili dell’utopia, i rancorosi dell’apocalisse, o i vigorosi abitatori del tempo che hanno tanto coraggio da saper guardare la realtà senza occhiali da sole per ripararsi dalla violenza della luce?

Cavani, e chi per te, siete figli del caso e del tempo, frammenti di una storia e di uno spazio più grande che è quello di una passione che vi ha formato e innalzato. Andate se volete, restate se lo ritenete. Napoli ha la necessità di uccidere per un po’ i suo Dei così da credere più fermamente in se stessa.

L’Olimpo siamo noi. Voi, cari calciatori, solo dispersi abitatori di un sogno che non potrete mai capire perchè nostro e non vostro.
Tanti uomini morenti o già morti si ammassano alle pendici del monte della fede azzurra, uno in più uno in meno nulla cambia. Napoli spaventa, e tanti eroi non sopportarono lo spavento..

Carlo Lettera
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