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L’editoriale di Raffaele Nappi: “Vorrei la pelle nera”


 

Napoli razzista

“Non ho mai dormito  per terra in Africa, mai”.

Awanka ha lavorato la terra, per anni. In Italia, ogni sera, si stendeva sul suo strato di cartone, nella casupola di Castel Volturno. Veniva da Rosarno, costretto a scappare dopo la rivolta del 2008. Sì, forse ce la ricordiamo, quando i neri si rivoltarono ai caporali, contro la schivitù, in favore della dignità. No, non volevano più dormire per terra.

Awanka voleva essere un calciatore. Era il suo sogno da bambino. Ma il padre voleva altro. Doveva fare l’allevatore. In Africa.

Awanka era a Castel Volturno, nella sua casupola scarrupata, nel suo letto di cartone. Faceva lavoretti, raccoglieva le pesche. Gli italiani, ogni tanto, lo venivano a chiamare. Rigorosamente da fuori. Non si permettevano di entrare in quella casa. Non era degno.

Awanka li ascoltava: se era un lavoro serio li seguiva. Si faceva le sue giornate e si prendeva i soldi per vivere, e risparmiare. Un pensiero a casa va sempre fatto.

Awanka, quella notte del 2009, se ne stava in casa, insieme agli amici neri. Si erano radunati dopo cena, davanti al televisiore. C’era il Milan, c’era il Napoli di Mazzarri, c’era la tradizione delle rimonte. E rimonta fu. Awanka, che non aveva mai dormito per terra, stava davanti allo schermo col sorriso. E il grido scoppiò, in un misto tra frtancese e napoletano, BRAVOO, BRAVOOO!! quando Denis inzuccò la capocciata del 2 a 2. Anche i neri esultano, e ballano per una maglia azzurra.

Da tifoso mi trema il cuore a pensare ad Awanka. La maglia azzurra e il nero degli occhi. Cose mai viste.

Da allora non ho mai pià sentito Awanka. Se ne sarà tornato a casa, a rivedere la moglie e le tre figliolette piccole che lo aspettano a braccia aperte. Se ne sarà andato a Treviso a cercare lavoro, e poi a Vicenza, a Padova, a Conegliano Veneto. Sarà stato insultato altre mille volte per il suo colore della pelle, per il solo fatto di viere, stare al mondo, esistere.

Non so dove sia Awanka, non lo sento da tempo. Una cosa, però, è certa. Io so che, quella notte, sul 2 a 2, sulla capocciata di Denis contro Dida, io so che Awanka è stato felice. E so che quella notte, mai come quella notte, Napoli e l’Africa sono stati così vicini. Ciao Awanka.

Raffaele Nappi