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De Laurentiis e la parola divina


editoriale_carlo_letteraIn principio era la Parola, e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio”. Nel più insospettabile dei libri, la Bibbia, la parola viene celebrata e salutata come divinità onnipotente, realtà che crea e distrugge, potenza che cattura e abbatte, scioglie e lega. Il verbo lavora ai fianchi la dinamica, scava nella realtà per riposizionarla e crearne un’altra fantastica. Chi sa maneggiare l’alfabeto e la sintassi, chi osa far saltare la noia del discorso burocratico, costui ha un potere superiore, una capacità di trasporto e di convincimento che sembra rendere ogni suo ragionamento una verità.

Il nostro presidente gioca con la lingua, la altera e la scompone, l’aggredisce e la fa popolare; si pone sul pentagramma del sentire comune, dell’uomo della strada che non gira attorno al vocabolario, dell’uomo reale che vuole morire per un sì e per un no.
Aurelio la parola la cala nel fango del sentimento, la fa sporca e quindi più vera.
Ma quanto è studiata quella parola che appare così spontanea, così aderente all’attimo. Il patron sa che la comunicazione può più dei soldi, che i Cesare, gli Alessandro, i Napoleone sono stati ciò che sono stati principalmente per l’eloquenza, per quella capacità di soffiare nel cuore sogni e grandezze che spingevano oltre le reali forze. I suoi interventi sull’erba, il suo profetismo apocalittico e definitivo, il suo scarto con l’establishment dei perbenisti e dei politicamente corretti, tutto è misurato e disegnato con precisione.

La natura ha imposto una legge semplice agli uomini: chi difetta in forza può specializzarsi nel potere ipnotico della parola, forza sostitutiva che risulta essere più potente della forza pura. E’ l’intelligenza che indaga e che sottomette le forze degli altri alla sua che difetta. I grandi trascinatori non erano mai i più forti, erano però quelli che sapevano sentire il rumore del sangue, quelli che sapevano che nella medietà delle coscienze si celava lo straordinario del potere.

Aurelio ha questo dono. Non sarà Cicerone, sarà anche rozzo nell’espressione, non sarà un intellettuale, ma è al passo con la voglia e il profilo del suo tempo. Non parla alle menti, parla alla pancia, all’intestino, parla agli scontenti. Di certo non sarà un precursore, ma sicuramente è un interprete, un traduttore degli umori.

Aurelio ha la Parola, e fino a quando la plasmerà assecondando lo spirito dei suoi tifosi avrà il controllo e il potere. Le sue minacce, i suo abbandoni, le sue “parolacce”, sono dispositivi del potere, giochi di prestigio nemmeno tanto sofisticati volti a suggestionare e creare una realtà altra. Il nostro Presidente ha la parola del suo tempo. Io non la condivido, ma dato il carattere pratico e utilitaristico del nostro povero e misero tempo, non posso dire che non sia efficace al suo scopo.

Come cambia presto il concetto di divinità…

Carlo Lettera
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