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Dukla Praga della città mai liberata

thDukla Presov, e nel ’44, annata assai cruenta per l’umanità, fu tracciato un solco di liberazione al confine tra Polonia e Slovacchia. Perché? Il popolo slovacco era stanco della dominazione nazista, e, in quell’anno che ebbe in sé molti anni, decise di insorgere in nome della libertà. “Slovenske narodne povstanie” fu la sigla di una formula che chiamò a raccolta la resistenza popolare con l’aiuto dell’esercito sovietico. Significato, “Insurrezione nazionale slovacca”, e l’Europa dell’est non fu più la stessa.

Nell’agosto del 1944, iniziò l’operazione che avrebbe gridato basta alla Germania di Hitler. Più di ventimila soldati, tra russi e slovacchi, persero la vita sul Passo di Dukla, località al confine tra Slovacchia e Polonia.

Ironia della sorte, proprio il Cancelliere del “Terzo Reich” aveva avviato, nel ’39, particolari attività diplomatiche per consentire al territorio slovacco di proclamarsi Repubblica indipendente. Le azioni politiche di Hitler avevano avuto successo, ma solo per far sì che il governo slovacco fosse luogotenenza “occulta” di quello tedesco. Quando in Europa si inasprirono le operazioni di deportazione nei lager, la Slovacchia tentò una lunga trattativa diplomatica con la Germania nazista, per limitare le retate e la prigionia solo ai cittadini ebrei, assicurandosi che soltanto quelli della religione del “dio di Israele” avrebbero poi costituito forza lavoro per la produzione industriale tedesca.

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Ma non tutto andò per il verso giusto, perché la Germania, dopo la deportazione degli ebrei, iniziò con quella di alcuni cittadini, fino alla completa invasione della repubblica slovacca in seguito all’inizio dell’insurrezione da parte della resistenza militare appoggiata dai sovietici. Gli anni della guerra aprirono anche sul fronte slovacco un condotto verso l’inferno. La miseria e la barbarie infestarono pure la linea di separazione tra Polonia e Ungheria. La rivolta slovacca, sostenuta dall’intervento sovietico, servì non soltanto al popolo della Repubblica, ma all’Europa intera, che mai potrà dimenticare il valore strategico e simbolico dei fatti di Dukla.

Dukla, località che diede il suo nome a una grande squadra di calcio. Il Dukla Prague, compagine derivatasi dall’esercito slovacco, poi cecoslovacco. Sì, perché le terre dell’est, dopo la fine della guerra, dovettero pagare il prezzo dell’aiuto russo, entrando nel patto che consegnò mezzo continente europeo al potere comunista.

Una volta fondata la società, al Dukla, per “ordine” politico, furono ceduti i più forti calciatori dei campionati cecoslovacchi, a cominciare da Josef Masopust, figlio di un minatore di Most. Masopust fu uno dei più grandi calciatori degli anni ’50 e degli anni ’60, dotato di qualità tecniche fuori del comune e capace di reggere la leadership del Dukla per tredici anni. E non fu soltanto Josef a incantare il calcio internazionale. Borovicka, attaccante, Kouba, portiere, e Safranek (che morì d’infarto nel 1987 durante una partita di esibizione), regalarono alla squadra del potere comunista titoli a ripetizione, fornendo alla nazionale cecoslovacca i suoi migliori calciatori.

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Una volta tramontata la stella di Masopust, il Dukla riuscì comunque a resistere ai cambiamenti e alle prove del pallone, costretto a sopportare le antipatie di mezza Cecoslovacchia, a causa delle protezioni del regime centrale comunista.

La maglia giallorossa del Dukla (premiata da una speciale classifica tra le prime 50 casacche più belle della storia del calcio), iniziò poco a poco a risentire delle difficoltà economiche di gestione che non garantivano più lo spessore tecnico per consentirle di vincere. Il mondo cambiava, il comunismo in parte cambiava e in parte scompariva, e la forza del Dukla si affievoliva.

Del Dukla, oggi, resta una nuova società con un nome diverso, una statua dedicata a Masopust, una maglia gialla e rossa e un vecchio programma di potere. Il campionario impolverato di uno strano destino. Quello di essere nata dalla liberazione e finita in un epilogo di dominazione. Se andate a Praga, e tendete l’orecchio, la vecchia “Città magica” bisbiglia anche questo.

Sebastiano Di Paolo, alias Elio Goka