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Pietro Mennea, che non si è mai fermato


Pietro-Mennea_620x410Me ne avevano sempre parlato, raccontandomelo come una specie di mito a dimensione uomo. L’atleta insolito, senza la possente fierezza del fisico scultoreo o la boria impenetrabile del superuomo. Un uomo, vestito della più disarmante normalità.

Eppure, quell’uomo visto e rivisto mille volte nei filmati di repertorio, ascoltato in tante occasioni in interviste alla televisione, ha fatto del suo aspetto normale un luogo da riempire di gloria, e da mostrare al mondo come antidoto di quella invincibilità propria dei supereroi. Quell’uomo che tagliava i nastri d’arrivo quando il fotofinish era fatto di materia tangibile, che ha collezionato lauree e partecipazioni a ogni attività che fossa umana nobilitazione, ha vinto, nella sua carriera di corridore velocista, 24 medaglie nelle 6 competizioni principali. Tra queste, un oro olimpico, tre ori europei e due medaglie mondiali. Un record lungo vent’anni ha portato il suo nome, e, ancora oggi, anche se più volte battuto, quello dei duecento piani ricorda la faccia tirata, sofferente e gioiosa di Pietro Mennea.

Gli “adulti”, quelli che di atleti ne hanno visti tanti, lo ricordano come quello che li faceva balzare dalla sedia, limitandosi a farlo attraverso il suo dovere principe, senza spot e senza sponsor, correndo, correndo e basta.

Nato in una famiglia di Barletta, Pietro Mennea è cresciuto a pane e meridione, sfidando macchine veloci sulle brevi distanze. E, pensate voi, la ripresa dei gloriosi motori Porsche e Alfa Romeo dovevano inchinarsi alla gloria in erba del giovane pugliese corridore “clandestino”, veloce e imprendibile per guadagnarsi qualche soldo e pagarsi il cinema.

Eppure, nonostante le origini per nulla “aristocratiche”, Mennea non disdegnava l’io del campione, facendo spesso parlare di sé, anche dopo il ritiro dalle corse, partecipando alla vita politica, a quella associativa e ogni altra forma di attività che lo facesse sentire protagonista in prima linea dello sport, della professione, dell’istruzione, della comunicazione. In una parola, della vita.

Durante i giochi olimpici del 2012, a Londra, gli inglesi gli hanno pure dedicato una stazione della metropolitana, a coronamento di una lunga serie di riconoscimenti che il mondo sportivo ha riservato a uno dei più grandi atleti della storia.

Quando ho appreso la notizia della sua scomparsa, ho ascoltato una sua intervista dove raccontava un aneddoto a lui molto caro. Dopo la vittoria alle Olimpiadi, Pietro Mennea riceve un premio di otto milioni di lire. Li spende per comprare alcuni divani per casa sua, conservandoli perché sono il ricordo del suo oro olimpico. Quei divani, si ascolta nell’intervista, Mennea, confessa lui stesso, li ha sempre guardati vuoti. Chissà, forse chi è nato per correre, non riesce a fermarsi.

 

 

Sebastiano Di Paolo

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