shinystat spazio napoli calcio news L'editoriale di Ivan De Vita: "La sindrome da dichiarazioni ad effetto"

L’editoriale di Ivan De Vita: “La sindrome da dichiarazioni ad effetto”


editoriale_ivan_de_vitaVanagloria. Tutti se ne distanziano, in realtà tutti la rincorrono. Centro gravitazionale dell’era moderna, dalla politica all’economia, dal docente universitario ai concorrenti di un reality show. Sete di notorietà. Il calcio, manco a dirlo, è riverso da anni nel bizzarro pozzo.

Tutti coloro che orbitano intorno a questo giocattolo provano ad accaparrarsi sessanta secondi di inquadratura stretta  da inviare a futura memoria. Basta un microfono. Sì, un microfono. Quello che afferriamo per la prima volta in tenera età, quando nella recita scolastica cantiamo lode al Bambin Gesù. Non sarà difficile intuirne le enormi potenzialità: il tuo microcosmo arresta le lancette, un’aura  di ammirazione ti avvolge. E’ il tuo momento, non bisogna sprecarlo.

Se poi, crescendo, acquisti popolarità calciando un pallone o semplicemente giudicando per anni chi lo fa, allora non puoi essere banale. Se la telecamera punta dritto sul tuo faccione, non puoi gettare l’opportunità offerta disquisendo della partita giocata, di un modulo, di un calcio di rigore o di un gol sbagliato. Sei costretto ad andare oltre, a lasciare una traccia indelebile. Bando alla retorica. Ed ecco che si scatenano le risse televisive, salotti incravattati assediati dalle fiamme del girone degli iracondi. Non che i giornalisti si impegnino ad innaffiare i dissidi, anzi. La caccia al sensazionalismo è sempre aperta. I contenitori televisivi vanno riempiti. Il circo del calcio italiano regge alla crisi, è l’unico ad assumere clown con contratti a tempo indeterminato.

Negli ultimi anni il fenomeno ha assunto proporzioni notevoli. Inaffondabili nella nostra memoria i tanti telecronisti e opinionisti onniscienti, le lezioni di latino del presidente Lotito; il “pensi alla sua famiglia” rivolto tempo fa da Walter Zenga (allora allenatore del Catania) al conduttore di Stadio Sprint Enrico Varriale, o ancora il glaciale tu parli troppo” che l’Ibra rossonero scagliò nei confronti di Arrigo Sacchi dopo un Milan-Auxerre di Champions. Materiale piccante di cui si è discusso per settimane (in realtà, forse, ancora non si è smesso).

Lanciando il sasso nello stagno dei giorni nostri, tanti zampilli saranno bianchi e neri. Come può un napoletano non accorgersene. Come può accomodarsi in poltrona  nel dopo-gara di ogni partita della Juventus e non sentirsi chiamato in causa. Per disprezzo o culto della sterile polemica, non ci è noto. Al fischio finale di un torrido Juventus-Genoa di qualche giornata fa, lo smacchiato direttore generale torinese Beppe Marotta si lasciò sfuggire qualche perplessità sulla scelta del signor Guida come arbitro di quella gara. Il fischietto era della provincia di Napoli, accusa avvelenata e inaccettabile. Sanzione? Qualche giorno di sana inibizione all’aria aperta, poi di nuovo in sella.

L’emblema dell’arroganza a strisce è il mister Antonio Conte. Perfetto stile Juve all inclusive, dalla lingua ai piedi. Un tecnico di grande spessore, lo sta dimostrando sul campo, vittima purtroppo della trappola da microfono. Decisamente nauseabondo già lo scorso agosto, all’indomani della sua condanna per la vicenda calcioscommesse, durante la conferenza stampa a reti unificate e trasmessa in 37 lingue diverse. Non vogliamo entrare nel merito delle sue rispettabilissime ragioni, ma colpì la sua performance da showman navigato, capace di gettare fango su chiunque (perfino sui giudici) con impunita superbia e sfacciataggine. Magari anche capitan Cannavaro avrebbe potuto farlo. Forse, però, le pagliacciate non rientrano nel “Dna terrone”.

La sua funambolica presunzione sta dribblando l’intero anno calcistico. Ogni domenica nuovi effetti speciali. Per comodità di cronaca, balziamo alla profonda riflessione sociologica esternata dopo l’ultima giornata di campionato, in seguito alla calorosa accoglienza ricevuta dai tifosi felsinei: “Mi aspetto intemperanze a Napoli, ma non nella civilissima Bologna”, ha tuonato. Questo, tra l’altro, per giustificare la sua incontenibile esultanza a vittoria acquisita. No, non è rancore, non è insofferenza. E’ solo bramosia d essere sempre in prima pagina. L’adrenalina travolgente di vivere al centro di un uragano.

Volgendo l’occhio sulle nostre sponde, anche alcuni beniamini azzurri sono stati affetti dalla “sindrome da dichiarazioni ad effetto”. Walter Mazzarri, lo scorso dicembre, in un periodo cupo della sua squadra rivelò alla stampa la sua incertezza sul futuro, scatenando un putiferio. Una tempistica piuttosto strana e inusuale. In realtà è molto probabile che il mister toscano volesse accalappiare i taccuini e trascinarli su di sè, isolando il gruppo. Una strategia allora lodevole, ma che ha generato ugualmente strascichi negativi divenuti ormai ingestibili. Col senno di poi, si trattò di una scelta saggia?

Il boomerang di un’inappropriata comunicazione si è schiantato, altresì, sul viso di Morgan De Sanctis. Un’annata di alti e bassi la sua, certamente inferiore alle precedenti, sottolineata dai continui mugugni dei tifosi. Alle critiche il Pirata ha prima risposto con un plateale invito al silenzio durante Napoli-Sampdoria, poi avventurandosi in pericolose considerazioni: “Napoli, città autodistruttiva. Se i napoletani fossero esigenti con sè stessi quanto lo sono per la squadra del cuore, vivrebbero in una città migliore”. C’è anche un fondo di verità nel suo monito. Ma Morgan, professionista esemplare e ragazzo acuto ed intelligente, ha “bucato” il momento per oltrepassare i ranghi e stuzzicare la fierezza napoletana. Un’altra uscita sbagliata, troppe negli ultimi mesi. Sono costate punti pesanti, l’ultima sulla rete di Denis quattro giorni fa (fortunatamente indolore). Pensi a svolgere egregiamente il suo mestiere. Uno specialista per le lezioni di vita potremo ingaggiarlo spendendo certamente qualche milioncino in meno.

Nel marasma di parole che si addensano come nuvole sullo sport attuale, come non dedicare un pensiero alla sobria figura di Pietro Mennea, campione olimpionico morto oggi a soli 60 anni. Con Mister 19″ 72, come il record mondiale sui 200 metri imposto nel 1979 e durato ben 17 anni, il vento spazza via una delle ultime piume immacolate, simbolo dell’agonismo puro che non c’è più. El Mundo l’ha definito “l’ultimo proiettile bianco”, colui che da bambino sfidava le automobili in velocità per poi strapazzare negli anni seguenti i mostri dell’atletica leggera. Sempre con pacatezza ed umiltà, senza crogiolarsi nei fasti della gloria o abbandonarsi al fascino della notizia. Senza microfonare una passione. Lui sfrecciava come un treno, era la fama ad inseguirlo con la lingua penzoloni.

Caro Napoli, trai insegnamento da quest’uomo d’altri tempi. Infischiatene di dichiarazioni, scoop, intrecci e presentimenti. Fai come Pietro. Corri, corri!

 

Ivan De Vita

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