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Il Napoli non sarà mai un “mediano”


editoriale_carlo_letteraAlle porte della nostra città hanno issato un cartello immane, sopra c’è scritto: Non saremo mai mediani“.
Napoli non ha la saggezza antica del calvo Orazio nè la misura della mano che guidava l’archibugio. Qui o si affonda o si va diritto in paradiso, senza preparazione e senza commiati neo-melodici.

E l’irritazione della medietà contagia ogni cosa che entra a contatto con il ventre di questa città famelica, insaziabile e scostumata nella sua pornografica corporeità. Napoli costringe il cardinale a bestemmiare, il lontano a diventare prossimo, lo sconosciuto a dichiararsi nostro fratello.

Non abbiamo voglia di essere il metro del sarto, nè il treno regionale a cadenze regolari. Noi siamo periferia o impero, esigiamo l’emozione che sfianca, e l’uomo anonimo della folla lo scansiamo come si scansa un naufragio.

La cifra dell’eccesso si è infiltrata per contagio epidemico anche nei vasi della squadra azzurra. O si è grandi o si è pezzenti, non esiste l’abito borghese che soffia normalità. Crolli europei si affiancano ad avanzate napoleoniche lungo le sponde della vecchia Britannia, a ricordi di quasi riusciti putsch nella Baviera traboccante di birra.

Napoli non consente la saldezza dei nervi perché non si accontenta del lavoro artigianale ben fatto. Napoli ama il barocco oltraggioso delle cose, la pompa e il fasto. O si deve trionfare o è meglio farsi maciullare dalle mandibole dell’oblio. Abbiamo bisogno di esagerare per contrastare il complesso della castrazione economica, per testimoniare attraverso il chiasso la nostra presenza tra gli altri, perché si sa, urla chi non viene ascoltato.

Ed allora come meravigliarsi dei tracolli lussuosi nella lussuriosa Repubblica ceca, come stupirsi dell’accidia infernale dei calciatori condannati all’eccezionalità permanente? La semplicità non ci appartiene, e non appartiene alla squadra. Si cercava l’impresa, si è tornati con l’esercito massacrato.

Il Napoli ha il profilo della città che lo osanna e insieme lo bestemmia. Stamattina girando nel suo intestino senza luce ho ascoltato tali invettive da far vergognare Lucifero conficcato al centro della terra. Cavani va venduto, Pandev è un reperto archeologico, Insigne il fumo irritante di una brace mal funzionante. Era una bolgia di uomini segnati dall’intermittenza della memoria, dediti a gettare lo sguardo unicamente sull’ultima scena vista. Ma come biasimarli? E’ la nostra intima natura a volere la legge ripetitiva del dispetto. Bambini che non accontentati inveiscono contro tutti e tutto, compresa la popolazione celeste.

E’ proprio questa prossimità al delirio di onnipotenza, e per converso al complesso di ultra-inferiorità, che mi regala un largo sorriso se penso a quel giorno. Il primo Marzo non sarà un giorno variabile, non ci sarà alternativa al sole accecante o al nubigragio devastante. Il Napoli non lascia lo spazio bianco al commento, induce solo all’estasi o al maledetto pianto.

Carlo Lettera
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