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Napoli, tre modi di fare gol


Insigne-e-Pandev-contro-il-Bayer-638x425In Principio furono Cavani e Hamsik gli inattaccabili e poi con loro Pandev, il terzo tenore. Poi è esploso Lorenzino Insigne, il quarto “potere”. Però da quel viaggio tra le stelle, con Vargas che spesso spariva, si spalancava un vuoto (per il turn-over) e qua e là germogliava un enigma. Ma le vie del mercato restano infinite e niente è per sempre. Non lo è stata nemmeno la crisi fisica (e di identità) di Pandev, defilatosi per un accidente muscolare a Genova, l’11 novembre scorso, ma riemerso dalla calza della Befana – dunque il 6 gennaio – con la Roma. Meglio abbondare, però. Con Lorenzino, con Pandev che sembra essere resuscitato e con l’avvento di Calaiò, Mazzarri può trasformare il suo attacco.

GORAN PANDEV, centravanti “multiuso”, sa essere un rifinitore. Quando l’hanno trovato, due anni fa, non l’hanno più mollato: perché Goran Pandev è attaccante di primissima fascia, non solo per la capacità e l’abitudine di vincere (con l’Inter del triplete), ma anche e soprattutto per la sua verve, la sua trasparente capacità di essere poliedrico. E’ un attaccante versatile, che sa fare la prima punta, la seconda o persino la terza; che sa stare tra le linee, che sa andare a pressare il portatore di palla avversaria;  che sa palleggiare nello stretto o a campo largo; che ha sensibilità; che ha altruismo, che “sente” la porta e la “vede”.
E’ un centravanti multiuso, che entra negli schemi, li sorregge, li determina: nel Napoli è stata punta unica senza Cavani – ed ha fatto ammattire la Juventus – o spalla del matador o anche tutor di Insigne. Ha un carattere ed una personalità forte, ha la percezione delle proprie capacità ed una autostima dilagante, avverte la fiducia che lo circonda (o che invece l’abbandona) e si lascia quindi da essa guidare o condizionare. Gli è mancata la continuità, è vero. E – statisticamente – non è stato confortato da una media-gol rassicurante: l’attaccante che in tre tornei su cinque, con la Lazio, è andato sistematicamente in doppia cifra, a Napoli ha mostrato solo l’altra faccia di sé, quella espressiva da assistman. Però nelle corde ha la tendenza a stupire pure come bomber, non solo come regista “offensivo”

LORENZO INSIGNE aggredisce lo spazio, sa giocare tra le linee e andare in profondità.  Insigne è un attaccante puro  che può affondare in verticale o persino viaggiare su tracciati orizzontali, per sposare le difese e poi spaccarle con un diagonale o un assist. E’ capace di dare un senso (volendo) al 4-3-3, sia partendo dal versante mancino (e dunque chiudendo con il destro per la battuta a rete) o anche dal lato opposto. Insigne è “malleabile”, non è insofferente, ha la prudenza ed anche l’umiltà di chi sa che il tempo gioca dalla sua parte e che il futuro gli appartiene: ma va lusingato attraverso la crescita. E poi è anche generoso, avendo fiato e capacità nelle coperture: s’abbassa sino alla propria mediana e a volte va anche più giù; è un testardo, come dimostrato a Parma, che se perde un pallone lo va a riprendere e sa offrire soluzioni in corsa che riescono a spaccare le gare, perché ha gamba, è d’impatto immediato sulle partite, non ne spreca neanche una frazione di secondo, semmai la sbaglia perché è umano che ciò accada, ma non la dilapida. Ha dimostrato, a Cagliari, di potersi persino permettere l’insolito ruolo da prima punta e senza avere un tridente ad accompagnarlo (ma nella circostanza il solo Hamsik) e quindi offre al proprio allenatore un campionario dal quale attingere a piene mani. Insigne è una riserva (per modo di dire).

EMANUELE CALAIO’ regala maggiore peso a tutto il reparto. E’ un vero bomber, forte di testa. E’ tornato e non ha avuto  alcun tipo di problema di ambientamento, conoscendo di Napoli qualsiasi spiffero, riuscendo dunque a dominare lo stress da prestazione e le tensioni che si vivono nell’impatto iniziale di un club che ha intorno a sé pressioni inevitabili. Emanuele Calaiò è la scelta meditata per irrobustire l’attacco, per andare a dargli quel “peso” nei sedici metri con una punta non grossa ma d’area di rigore, un uomo dotato dell’istinto del killer espresso nelle sue precedenti annate partenopee (ed anche a Siena), attraversate sempre con fierezza e con padronanza dei nervi pur nella precarietà di alcuni momenti. Calaiò ha confidenza con la città, con i suoi umori, con le esigenze d’una piazza che chiede sempre tanto: l’ha vissuta da cittadino, l’ha assorbita sposando una napoletana del Vomero, l’ha assaporata nelle difficoltà della serie C, della serie B, poi della serie A. Ora deve solo integrare le proprie conoscenze, calandosi nei movimenti del calcio di Mazzarri, che richiede partecipazione pure in fase passiva persino ad una prima punta. Ma Calaiò è bomber nel senso letterale del termine, centravanti che ama destreggiarsi negli spazi stretti, che non soffre di claustrofobia in quegli spazi strettissimi, che prima d’essere un arciere è un cobra, che ha i tempi giusti per andare ad anticipare – persino di testa – ed ha sopprattutto l’esperienza necessaria da sistemare al servizio d’una squadra dalla quale è stato scelto e per la quale ricambia con orgoglioso senso di partecipazione.
E’ un professionista sul quale Mazzarri sa di poter contare comunque e a prescindere, consapevole del ruolo e dunque capace di proiettarsi nel Napoli per quel che occorre. Calaiò sa come si fa.

Fonte: Corriere dello Sport

 



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