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Napoli e Juve, differenza di stile


corbo2La piazzata di Antonio Conte coincide con il giorno del ricordo. Dieci anni dalla morte di Gianni Agnelli. Il tempo è galantuomo, ma a volte anche spietato. Dimostra quanti secoli siano passati: prima un presidente simbolo della signorilità nel calcio, ora la strapaesana esuberanza di un allenatore fresco di scudetto che porta in tv la sua rabbia per due punti persi ed un rigore negato.
Peggio ha fatto solo Marotta, che finora ha comprato mezza dozzina di attaccanti per doverne prenotare ancora altri. Alle sue sfortunate operazioni di mercato, comunque molto costose, abbina una mai rivelata inclinazione al sospetto stravagante. Con un giro di parole, formalmente corrette, pone il dubbio: l’arbitro Guida di Torre Annunziata non può essere sereno e imparziale se arbitra la Juve, in quanto avversaria del Napoli.Voglio dare un vantaggio a Conte e Marotta. Parto da una finta certezza: la Juve meritava il rigore ed ha sbagliato l’arbitroSe questo è vero, domando: come mai non si sono ribellati, con pari furore, alla mancata concessione del rigore dal Genoa per fallo di Vucinic? Come mai, Marotta commenta la mancata concessione di questo precedente rigore con la frase “i rigori si possono pure sbagliare”? Non sembra discriminare il Genoa che può sbagliare un suo eventuale rigore e la Juve no?

L’allenatore che si pone come Monumento all’Innocenza, punito per omessa denuncia dopo aver sfiorato l’accusa di illecito sportivo come commentò il giudice Sandulli a fine udienza, ritiene corretta la piazzata con questo sciame di immagini imbarazzanti in tv?
C’è una coda. Conte ha fondato la sua protesta su una frase dell’arbitro che avrebbe solo a lui detto “non me la sono sentita”. Osservo: l’arbitro nega di averla detta, ma io voglio dare un altro vantaggio a Conte. Credo nella sua versione. Se è vero quanto afferma l’allenatore più emotivo e vulnerabile del calcio contemporaneo nel pianeta, domando:
è giusto rivelare una frase che l’arbitro ha detto in confidenza per spiegare il mancato rigore?
E’ giusto attribuire a quella frase il peggiore dei significati?
E’ sicuro che fosse da “vergogna” il senso di quella frase?
E’ vero il contrario: se qualcuno mi chiede un favore, una decisione, un gesto che io ritenga inopportuni, ingiusti, non dovuti, non corretti, quindi in conflitto con la mia coscienza, dico: “scusami, ma non me la sento”. Che c’è di vergognoso in questa risposta? Perché si è dato un significato arbitrario e imbarazzante a quella frase, peraltro smentita, e non quello più vicino alla logica?

Concludo: il Napoli con la vittoria di Parma consolida il suo prestigio. Nella classifica dello stile non è a tre punti dalla Juve, ma ne ha cento in più. Questo ritengono gli sportivi italiani e questo riapre il campionato sotto una luce nuova: il Napoli stia attento a non vanificare questo immenso patrimonio. La sua maturità come immagine.
Purtroppo la Juve ha compromesso la sua, per la scenata dei due irruenti personaggi.
Ho conosciuto in carriera un’altra Juve. A quello stile devo ancora oggi rispetto. Nel ricordo dell’Avvocato ma anche di tanti dirigenti, allenatori, calciatori che ho incontrato in trent’anni suggerisco a Conte e Marotta un libro di storia della Juve. Capiranno che quella parola, “vergogna”, la Juve non la pronunciava neanche quando aveva subìto la più disonesta delle ingiustizie.
Ho ricordato nell’articolo del commento di Parma-Napoli su Repubblica edizione Napoli la visita di Giovanni Agnelli negli spogliatoi di Torino, dopo l’1-3 che orientò lo scudetto 87. Era il 9 novembre 1986. Entrò per stringere la mano dei giocatori e complimentarsi. “Scusate, posso entrare? Vorrei complimentarvi con voi. Siete stati davvero bravi”. Poi: “Vi lascio alla vostra meritatissima festa, vado adesso a rincuorare i miei”.

Indimenticabile, l’Avvocato.Sono passati 27 anni. Passerà nel calcio italiano anche lo stile Conte-Marotta, vedrete.

Ma attenti: solo la più signorile accoglienza alla Juve per la gara del prossimo 1 marzo sarà il modo opportuno per consolidare lo stile Napoli. Il futuro forse è suo.

Antonio Corbo “Repubblica”