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Il diavolo, sul campo, porta sempre le fiamme


Non è come bere la cicuta, non è un incubo che ti perseguita da giorni e neppure i fantasmi di un passato scomodo che, beffardi, ritornano e ti sconvolgono l’esistenza; non sono i pensieri intensi dopo una giornata di lavoro e neppure le difficoltà economiche.

E’ solo una partita di calcio, potrebbe dire qualcuno.. I problemi, effettivamente, sono altri ma masticare amaro non è una bella sensazione; in nessun momento e in nessuna circostanza.

Saltare di gioia, riempire l’aria della propria soddisfazione e poi rendersi conto che, ad ogni scossone, non si fa altro che aprire una voragine sotto i piedi è un triste modo di svegliarsi e di ritornare alla realtà: i tifosi del Napoli, in casa, hanno dato fondo alle proprie energie; scosse sismiche che solo uno stadio, tutto esaurito, sa regalare ma, evidentemente, nella struttura, solidamente ancorata sul 2-0, ci doveva essere una crepa. Basta poco per sprofondare: la partita finisce quando il direttore di gara prende fiato per l’ultimo fischio, quando si spengono le luci, quando i cori sono un ricordo e la folla si riversa nelle strade; ma i giocatori del Napoli dimostrano di non conoscere questa semplice verità.

Sembrava una gara per predatori da area di rigore; con un avversario confuso, poco incisivo, reso inerme dalle papere di un portiere incapace di seguire l’azione, trovare la posizione o, anche solo, avere un colpo di reni decisivo. Era l’occasione, l’ennesima, per avvicinarsi alla vetta e scavalcare, momentaneamente, l’Inter ma al Napoli piace vedere il proprio riflesso distorto; piace dare di sé il meglio e il peggio nello spazio di poco tempo.

Al San Paolo hanno preso forma le immagini di un film; una commedia in cui il lieto fine è stato assicurato ma, ad un tratto, viene montata un’altra pellicola.. E in sala, sullo schermo, si proietta l’incubo.

Inler era in giornata, Insigne un piccolo genio che ha avuto tra le mani la ricetta, attraverso l’estro e la vena realizzativa, per far dimenticare il miglior Lavezzi..

Maggio, per il tempo di un’azione, era tornato quello dei bei momenti passati: tonico, reattivo, incalzante, sempre al posto giusto e al momento giusto; in grado, nella circostanza, di confezionare uno splendido assist per il talentino delle nostre parti.

Una miscela decisiva se solo ci fosse stata meno foga e più precisione, meno sprazzi e maggiore continuità; il Milan è apparso più reattivo, alla lunga distanza, e questo, nel calcio, è un aspetto decisivo.

Per quanto gli errori sotto porta siano stati molteplici da ambo le parti, per quanto i fumosi Bojan e Boateng abbiano pareggiato le incertezze di Hamsik e la scarsa vena di Cavani, alla lunga il carattere della grande squadra è emerso; mi piacerebbe dire che il carattere, a cui faccio riferimento, è quello del Napoli ma, in verità, sarebbe un’affermazione insensata; a prescindere da quanto è accaduto in questa partita.

Il Napoli, al momento, non è una grande squadra: non ha il cinismo, non ha l’esperienza e neppure la quadratura, dal punto di vista tattico; una grande squadra, infatti, sa quando l’avversario è alle corde, una formazione cinica, che ha avuto molti minuti a disposizione per chiudere la partita, è in grado di azzannare.

Il diavolo, sul campo, porta sempre le fiamme: per fare male all’avversario, per ricordare chi realmente comanda, per affermare la sua superiorità; anche quando tutto sembra perduto.

Le fiamme di questo inferno sono tutte nella cresta appuntita di un giovane “Faraone”; consoliamoci pensando che è molto abile e altrettanto arruolabile da mister Prandelli. Sempre di azzurro si tratta; anche se non è la casacca del Napoli.

Gianmarco Cerotto

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