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I fuggiaschi di Sarnano


Tutto quello che è caduto, si è elevato. Non è una consolazione biblica. È la formula discreta dei luoghi di guerra. Certi posti hanno dovuto sperimentare l’estremo per trovare l’equilibrio. In fondo è l’antica retorica della sferza. O se ne esce migliori, o non se ne esce affatto. E fu il gentile ultimatum della storia di Sarnano, per una partita di calcio giocata nel ’44. Erano gli anni della seconda guerra mondiale, i mesi del dopo Badoglio, di quando partigiani e tedeschi si ritrovarono su quel campo di battaglia che sconfinò nelle case, nei giardini, nelle osterie, nei retrobottega, nelle scuole e nelle chiese. Ovunque vi fosse stata traccia di uomo, in quegli anni sarebbe stata la guerra.

 

Sarnano, 1944

In un piccolo paese delle Marche, costruito su una montagna degli Appennini, sorge un antico borgo medievale. Lì, durante la guerra, nell’inverno del ’44, un sergente tedesco, un giorno si incammina verso una delle abitazioni del paese, per chiedere all’arbitro di calcio Mario Maurelli di organizzare una partita di pallone. Lo scopo è quello di far sì che i giovani soldati del misero contingente presente a Sarnano possano ritrovare un perduto entusiasmo, a causa della troppo prolungata assenza da casa e di una guerra di gran lunga più provante del previsto. Una partita di calcio tra una rappresentativa militare tedesca e un gruppo di giovani italiani, sarebbe l’ideale per risollevare il morale dei soldati.

L’arbitro Maurelli è molto noto in paese, e conosce bene le insidie di questa guerra, perché suo fratello Mimmo si nasconde, nessuno sa dove, insieme a un altro gruppo di ragazzi, tutti ricercati dai tedeschi. Dalle parole del sergente, Mario capisce che è meglio provare a giocarla questa partita. Dal militare tedesco l’arbitro ottiene garanzie sull’incolumità dei ricercati e dei rifugiati che formeranno la squadra, con l’unica condizione che a giocare sia pure Mimmo, nonostante sia considerato un fuorilegge. Mario intuisce che, sebbene il sergente lo rassicuri che a lui non interessa di catturare Mimmo e gli altri partigiani, la richiesta del militare non lascia molte possibilità di scelta. Soltanto un mese prima, i tedeschi avevano catturato Decio Filipponi, partigiano responsabile della morte di tre nazisti. Decio era stato ucciso e il suo corpo esposto per una settimana in mezzo alla piazza di Piobbico di Sarnano.

Dopo un lungo conciliabolo a distanza, attraverso una specie di segreto passaparola, la squadra italiana viene formata. Undici calciatori, non di più. Oltre non sarebbe stato possibile. Nel primo pomeriggio del 1 aprile, undici ragazzi si riuniscono e scendono dalla colline per giocare una partita contro il loro nemico più pericoloso. Santucci, portiere, famoso acrobata, i fratelli Moretti, Amintore Lucarelli, centrocampista e ragazzo di bottega, e poi Gregucci, Di Nola e Maurelli, Mimmo, fratello ricercato dell’arbitro Mario. Mimmo aveva combattuto in Grecia e in Albania, e aveva scavato tra i morti e le macerie di San Lorenzo, dopo i bombardamenti sul quartiere romano.

La partita si gioca al campo dietro San Filippo, il 1 aprile del ’44, su un terreno di gioco presieduto da soldati tedeschi, con undici partigiani diffidenti e timorosi, istruiti da Mario sulla necessità di far trascorrere i novanta minuti, senza prenderne troppe e senza turbare la suscettibilità dei tedeschi. Arbitra Mario Maurelli.

Nonostante le raccomandazioni premurose dell’arbitro marchigiano, gli italiani giocano un buon calcio, superiore a quello dei tedeschi, e si portano in vantaggio grazie a una rete di tale Grattini. I tedeschi attaccano, ma risultano più maldestri e grotteschi, che abili calciatori. Pare che durante la partita Mimmo sia stato pure espulso, insieme a un tedesco, di nome Kobler, che un mese dopo cadrà in un’imboscata. I minuti passano tra un’azione sprecata dai nazisti e la melina un po’ intimorita degli italiani. A pochi minuti dalla fine, il terzino Lucarelli finge di scivolare e permette all’attaccante tedesco di involarsi verso la porta difesa da Santucci, il quale non oppone molta resistenza e i nazisti fanno uno a uno. Palla a centro. A tempo quasi scaduto, un partigiano calcio lungo, il pallone sale alto e tutti e undici gli italiani corrono dietro alla palla per un’azione d’attacco che pare priva di senso. Approfittando dell’occasione, Mario Maurelli fischia la fine della partita, e quel pallone calciato lontano è la cometa per la volata che conduce gli undici partigiani verso la stessa collina da dove erano scesi. Lì, quel gruppo di partigiani, sparisce senza lasciare traccia. Pareggio e la guerra continua.

Su Sarnano sono stati scritti prose e racconti, e Umberto Nigri ha prodotto un documentario intitolato “La leggenda di Sarnano”. Mario Maurelli ha arbitrato, tra il 1945 e il 1958, quasi cento incontri di serie A, diventando anche arbitro internazionale. Maurelli muore nel 2000, e il comune di Sarnano gli intitola un impianto sportivo con un nuovo impianto di calcio, in occasione della partita inaugurale tra l’Ascoli e il Tolentino. L’incontro è arbitrato dal celebre Carlo Longhi, allievo di Maurelli. Gli annali raccontano di un episodio in una partita tra il Palermo e il Catania, diretta da Mario Maurelli. A causa della condotta troppo irruente di un certo Marzano, Maurelli interrompe il gioco e avvisa il calciatore che al prossimo fallo lo avrebbe espulso. Marzano cade nella provocazione ed entra duro sulle gambe di un avversario. Maurelli è coperto e non può vedere, ma, pochi istanti dopo, vede Marzano che abbandona il terreno di gioco perché, nel frattempo, si era “autoespulso”.

 

Sarnano, oggi  

È un paese delle Marche che supera appena i tremila abitanti. È uno dei borghi più suggestivi degli Appennini, e se ne sta lì, a ricordarsi di Maurelli e di suo fratello Mimmo, del sergente tedesco e della corsa di undici fuggiaschi liberati dal pallone. Sono così questi paesini medievali sparpagliati per l’Italia. Sono i vecchi che trovi all’angolo della strada, seduti davanti a un portone, oppure affianco all’entrata di un bar, con gli occhi accesi tra le rughe, che sono i fedeli custodi di uno scorcio. Li vedi lì, che sembrano privati di tutto, eppure quello che una misteriosa e lontana malasorte gli ha sottratto, glielo ha restituito nascondendoglielo dentro, composto e ordinato come in un archivio privato. Forse sono sempre esistiti, nati così, vecchi, questi luoghi sfollati e silenziosi, appoggiati alla montagna proprio come l’anziano al bastone. A Sarnano non basterà tutto il silenzio della pace per portarsi via i rumori della guerra, e la guerra è una cosa che quando inizia non finisce. Arriva e non se ne va più. A Sarnano, una volta, qualcuno ha voluto che una partita fosse la ricreazione in mezzo alla guerra. Un gioco a fare da pausa alla serietà. Ma come ha scritto Anatole France, “Il gioco è un corpo a corpo col destino”. Alcuni di quei calciatori che nel ’44, a Sarnano, scapparono a fine partita scomparendo tra le colline, corrono ancora oggi. Dove vanno, nessuno lo sa.

 

sebastiano di paolo, alias elio goka



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