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La verità di Alex Schwazer


“Merita l’oro. Solo un campione ammette le sue colpe”.

“Quando il suicidio del campione è la rinascita dell’uomo”.

Si susseguono titoli analoghi che introducono la notizia del momento, quella che ha travolto e stravolto la concentrata tensione agonistica delle Olimpiadi di Londra ed ha violentato l’ideologia di tutti coloro che seguono e vivono lo sport, quello propriamente definito tale, quello integro, quello fatto di sudore, agonismo e competizione, quello divenuto, ormai, utopia, perchè di sano vi è rimasto ben poco.

Alex Schwazer non è un eroe, nè un martire.

Non è una vittima, ma neanche un carnefice.

E’ solo l’ennesimo corpo attraverso il quale si consuma l’ultimo adulterio di quei principi avulsi dalla logica degli sponsor e dei media che, piuttosto, si ostinano a voler convivere con questi ultimi, nonostante la modernità della nostra era imponga che non vi sia sufficiente spazio per entrambi.

E’ quel che resta di un campione olimpico che pur di riconfermarsi tale e rituffarsi nella gloria della consacrazione era disposto a tutto, anche ad infrangere le regole, non solo quelle dello sport, ma anche quelle di etica comportamentale e morale sulle quali si ancorano le altre leggi, quelle non codificate, ma impresse nell’animo degli esseri umani o, almeno, nell’animo di coloro che, ancora, nonostante tutto, vogliono credere che può essere possibile vivere facendo la cosa giusta, in nome di valori, principi, ideali, seppur fortemente in distonia con parole come “soldi”, “successo”, “notorietà”.

Alex è un uomo che si trascina dietro il pesante macigno di un campione, “costretto” a condividere la sua vita con una figura troppo ingombrante, anche per un colosso come lui.

Nessuno meglio di Alex, più di Alex, può raccontare e spiegare cosa lo ha spinto a compiere quel gesto, cosa lo ha indotto a scegliere di rincorrere il doping piuttosto che lo sport.

E non si è di certo sottratto a questo infausto onere, Alex ha parlato eccome.

Lo ha fatto senza avvalersi del finto buonismo, nè tantomeno sfociando in quella falsa retorica fatta di condizionali e rimpianti.

Alex ha raccontato la verità, quella che sconcerta, che apre lo spiraglio ad un’infinità di congetture e polemiche, quella che spalanca la porta sulle incommensurabili praterie della riflessione.

Ma è la verità ed è questo ciò che più conta.

“Io ho preso questa decisione da solo. Era una cosa mia e non volevo mettere nei guai nessuno. Mi sono informato su internet. Posso assicurarvi che con internet s può sapere tutto. Sono andato in Turchia e mi sono procurato l’Epo in farmacia Io non ce la facevo più. Il mio sogno è fare un lavoro che mi da soddisfazione e poi tornare a casa e trovare la mia fidanzata, non una volta al mese, e vedere i miei genitori, non due volte all’anno. Voi non avete idea quanti sacrifici ho fatto per questa gara e se poi va male sei un grande c******e. E io non ho più voglia di essere giudicato per una singola prestazione. Come non mi è mai piaciuto essere osannato quando vincevo. Perché questa non è la realtà. Prima non avevo mai fatto uso di sostanze dopanti e stare da solo in una stanza sapendo cosa stavo per fare è stato bruttissimo, difficile. Poi mi sono allenato come sempre, normalmente. Dopo il controllo antidoping del 13 luglio ho iniziato a fare le iniezioni di Epo. Queste sono state le settimane più difficili della mia vita, perché si dice che con il doping si va più forte ma psicologicamente per me è stata una mazzata perché ogni giorno dovevo dire le bugie alla mia fidanzata. Ogni giorno mi sono alzato alle 3, alle 4 di mattina perché sapevo che dalle 6 in poi può venire il controllo antidoping e dovevo dire alla mia fidanzata di non aprire altrimenti risultavo positivo. E per me questo è stato difficilissimo. E visto che non sono un medico forse ho anche sbagliato. Mi sono ammalato e non sono andato alla 20 chilometri perché stavo male, non ero in grado di affrontare la gara, ero distrutto. Il 29 di luglio mi sono fatto l’ultima iniezione e sono tornato a casa, il compleanno di mia madre. E lunedì 30 hanno suonato a casa mia e io sapevo che era il controllo anti doping ma non avevo la forza di dire a mia madre di non aprire. Potevo farlo. Ma non avevo più la forza e non vedevo l’ora che finisse tutto. Sapevo che ero positivo. Ho fatto un’altra settimana incredibile e poi due giorni fa la notizia. Adesso sono molto dispiaciuto perché ho buttato via tutti gli anni in cui mi sono allenato, ma sono anche contento perché è finito tutto e posso forse posso una vita normale. Quando ho fatto queste scelte le ho fatte da solo perché non volevo mettere nei guai nessuno. Io non ce la facevo più. Per gli allenatori mi dispiace. E spero che per lui non ci saranno problemi. Comunque posso dire che anche se questo non fosse successo alle olimpiadi non ci sarei andato. La mia vergogna era talmente tanta che ho informato la mia fidanzata come prima persona appena mi hanno chiamato da Londra. Poi i miei genitori, la mia manager e un collega della gazzetta dello sport perché desideravo che foste informati. Io non devo coprire nessuno, perché io voglio tornare a una vita normale. Questo per me è importante. Io devo pagare e devo liberarmi da questo peso. Io sogno una vita diversa per me non è un problema essere uno normale.”

Il suicidio di un’atleta che utilizza come arma il doping non può e non deve passare sottobanco come l’ennesima abulica notizia di cronaca sportiva vomitata tra le avide mani dei media che la plasmano come grezza argilla per farle assumere la forma più appetibile per l’audience.

Alex si è ripreso la sua vita di uomo comune, di fidanzato innamorato e di figlio devoto alla famiglia, riponendo per sempre nel cassetto dei ricordi medaglie d’oro e allenamenti depauperanti per il corpo, per la mente, per quella quotidianità che noi “comuni mortali” soventemente denigriamo, ma che oggi scopriamo essere tanto agognata da quegli stessi eroi moderni che nel nostro immaginario percepiamo come esseri dotati di una forza invincibile e di una vita si sacrificata, ma, al contempo, gratificante.

Alex ha strappato il sipario che celava il dietro le quinte del tanto anelato mondo dello sport.

Ora, arginato il rossore post-schiaffo, lo spettacolo deve continuare, ma quanto più giusto ed opportuno sarebbe lasciare calato quel sipario?

Lasciamo che sia la coscienza di noi tutti, innamorati in maniera più o meno irreversibile, del calcio, dello sport, del vero sport, quello che ci fa ridere, piangere, imprecare ed esultare, ad elaborare una risposta.

Purchè sia una risposta sincera, incondizionata, capace di incarnare i nostri principi ed idee e che sia il fedele speccio di un’altra verità: la nostra.

Luciana Esposito

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