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Il futuro è già qui


Dopo essere arrivati ieri nel tardo pomeriggio, ad allenamento concluso e ai pochi tifosi già ritirati nelle proprie stanze o nell’unico ristorante di Dimaro, finalmente la sveglia suona alle sette e mezza per cominciare il nostro primo vero giorno di ritiro. Allenamento mattutino alle nove e mezza. La squadra arriva alle nove. Noi dobbiamo essere già lì. O quasi. Colazione, doccia e via, per i tornanti di montagna bagnati dall’acquazzone notturno. E anche dalla pioggerellina del momento. Ma nulla ci ferma. E allora, felpa skomposta e via a guadagnare la prima fila per vedere chi conosciamo già e chi invece vogliamo osservare per la prima volta dal vivo. Insigne su tutti. Ma anche Vargas, Dezi, Dumitru. E perché no? Vogliamo anche capire Donadel che fine ha fatto.

Quando arriviamo, notiamo subito che siamo ancora in pochi. Qualcuno incontrato la sera prima, Auriemma che fa il divo, Italo Cuomo che dal campo si guarda in giro per capire chi e cosa fotografare, una coppia di signori in là con l’età che vengono dalla Svizzera. Completamente vestiti d’azzurro, che conversano con una ragazza conosciuta all’allenamento del giorno prima, invitandola a casa loro per l’anno prossimo. Come sempre lo spettacolo vero è sugli spalti. E’ la prima volta che sono sul campo con il mio Mac. La casetta fittata non ha connessione internet, io non ho la chiavetta e sono costretta a pubblicare gli articoli il giorno dopo dal campo, zona in cui funziona la connessione. Un tizio inveisce contro i giornalisti poco giornalisti, scusandosi con me, che magari io ero un caso a parte. Addirittura farfuglia qualcosa circa il fatto che Auriemma ci prenda in giro tutti da anni e che la sua vera passione sia la Juve. Io, che giornalista non sono, non me la prendo. Per Auriemma, me la prendo ancora meno. Fatti suoi e del contratto con Mediaset. Noi siamo per il calcio giocato e vissuto dal vivo.

La prima cosa che notiamo quando gli azzurri entrano in campo è sicuramente roba da parrucchieri. Le meches di Aronica e il capello lungo di Inler che lo ringiovanisce, il riccio lungo e sbiadito di Donadel, uguale a quello di Dezi, il ciuffo sempre più isolato di Pandev, la cresta consolidata di Marek e quella incerta di Zuniga. Il look c’è, ora vediamo i piedi.

 

Quelli buoni si mettono subito in evidenza: tripudio di applausi per Insigne ogni volta che la mette dentro. C’è poco da fare, il piccoletto è forte e siamo tutti d’accordo nel pensare che sarebbe un peccato darlo via per un altro anno. L’allenamento vola tra una telefonata di lavoro e l’altra. Incontriamo Alvino che ci conferma un po’ di cose: la notizia su Kakà è degna di tale nome, il Presidente forse arriva per la presentazione di sabato sera con un giocatore nuovo, il giocatore in questione è quasi sicuramente Behrami. E quando io dico che Behrami è l’acquisto per cincischiare ancora tra quinto/sesto posto, lui annuisce e la cosa non mi fa piacere. Intanto siamo pronti per accogliere i giocatori designati a fare foto: Pandev e Grava. O meglio, solo Pandev, visto che Grava ha deciso di uscire quando la pasta era già calata e ha preferito fare solo mezzo giro per non perdersi il pranzo. Tutti delusi. Qualcuno pensa che Gravatar avrebbe dovuto saltare il pasto pur di ringraziare in ginocchio di essere ancora tra noi. Facciamo la fotina con Pandev, notiamo l’unghia del pollicione nera e ci avviamo verso casa a suon di una vocina delicata di una signora che è riuscita a far autografare dieci maglie, tre cappellini, otto palloni e fare venti foto tra le bestemmie di tutti. Bestemmie sacrosante.

Il pomeriggio  ci grazia con un po’ di sole, ma non sapevamo ancora che sarebbe durato poco. I tifosi sono visibilmente aumentati, molti del nord, parecchi emigranti, tanti bambini. Anche una famiglia cilena che vive nei dintorni, con maglia e cappellini della “U” del Cile, ex squadra di Vargas, una famiglia che è qui solo per lui. Sono felici di ritrovare il cileno, idolo della loro vera squadra del cuore.  L’atmosfera è piacevole, ma noi siamo concentrati soprattutto sull’allenamento. Tanto che quando dal campo ci chiedono un po’ di silenzio perché il mister sta spiegando gli esercizi e non vuole, giustamente, sgolarsi, noi non ci scomponiamo, sapendo che la canzone non è per noi. Noi abbiamo gli occhi sul mister e sui giocatori. E capiamo l’esercizio dopo circa venti minuti. Ma fino ad allora ci era sembrato interessante. Pandev vede sempre la porta, spesso anche la traversa, Marek pensa che il gioco sia tirare il pallone per scavalcare la montagna di fronte, Insigne va alla bandierina del calcio d’angolo e notiamo che non arriva a vederne la punta, Inler non fa la partitella, sostituendola con una bella corsetta. Chili di troppo o voglia di provare la sensazione dei capelli al vento?! Non è dato sapere, ma sappiamo solo che a fine allenamento corrono tutti. Una buona mezz’ora. Noi siamo stanchissimi per loro. Durante la corsa e il tuffo a cufaniello nel torrente, almeno così ci immaginiamo per Grava e Cannavaro che si avviano con asciugamano e infradito, guadagniamo la transenna per aspettare il baby boom azzurro: Insigne, Vargas e Dezi. Tre criaturi. E io mi sono sentita improvvisamente tanto vecchia. Intanto si commenta la “beneficenza” inventata a Dimaro: dieci euro per la foto con la Coppa Italia esposta nel teatri comunale e  soli 500 euro per il pallone di cuoio firmato da tutti i giocatori. Quando chi ha chiesto il prezzo si è sentita un attimo disorientata, la signorina delle informazioni si è quasi offesa ribadendo: “Ma signora!!E’ per beneficenza!”. Ah beh! E poi a noi chi la fa la beneficenza?!

Intanto i nomi sono sempre più incalzanti: Behrami e Gamberini. E la voglia di gridare : “Preside’, caccia ‘e sord’!” si fa sempre più assordante. Ma abbiamo davanti Insigne e ci è venuto solo da dire: “Fa’o brav’!”. Come si può dire ad un fratello minore o ad un figlio.

Perché alla fine ci affidiamo al futuro. E affidarlo ad uno di sangue partenopeo al momento ci sembra la cosa migliore da fare.

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