La pubblica intuizione

La pubblica intuizione

Spero che il cortese Lettore voglia perdonarmi qualora il seguito di questo articolo dovesse prendere una piega non del tutto prevista, trattandosi di polemica quanto seguirà. Polemica, già, parola antica e complessa, che attraversa il tempo delle discussioni e delle idee senza trovare fissa dimora, duratura e dignitosa. Zingara perduta tra mille tentativi maldestri, nomade degli usi retorici e poco garbati, maschera graffiata del cattivo gusto e dal più improvvido nichilismo.

Pare che la stia prendendo alla larga, lo so, ma con un po’di pazienza il Lettore, mea culpa se non accadrà, saprà trovare da solo il bandolo di una matassa che in fondo è di un filo solo e nemmeno dei più sottili.

È attuale la polemica sulle indagini intorno al calcio scommesse. L’attualità si nutre dell’ovvio, votata agli usi mediatici più sconsiderati, distrae l’attenzione popolare dalla realtà. L’attualità fu escogitata da qualcuno che, con piglio geniale, pensò di istruire il bon ton perbenista di argomenti di attualità. E guai a scordarsene, maledizione a chi dovesse trascurarne i suoi aspetti più frivoli e qualunquisti. L’attualità, la formula per rigettare la realtà, quella vera, quella dolorosa e ingombrante, dal varco della pubblica opinione, laddove da un pezzo abbiamo tutti appeso un cartello con su scritto chiuso per nessuno sa quale ragione.

Se adesso scrivessi che non mi scandalizza la polizia che fa irruzione nel ritiro della nazionale di calcio? Se adesso dicessi che non mi ha procurato sensazione alcuna ascoltare un magistrato che sostiene la corruttibilità di un mondo corrotto da sempre? Faccia conto il Lettore che l’abbia già detto e scritto, come non mi scalfisce che un primo ministro di meglio non sa suggerire che imbarazzanti suggestioni. Non mi sorprende che un primo ministro lontano dalle vicende umane, perché caduto sulla terra solo per funzionare da vicario nero degli zeri, ipotizzi un fermo amministrativo al calcio, ai suoi vizi insopportabili, alla sua improponibile faccia truccata e al suo evidente portamento dall’aria smaliziata e puttanesca.

Quello che invece dovrebbe procurare scandalo è che l’opinione pubblica trovi scandaloso lo scandalo. Il poeta Lev una volta scrisse che “La rosa profuma per mestiere”.

Non lo sapevate che il calcio è anche questo? Che lo è sempre stato, anche quando non esistevano le televisioni, anche quando la stampa era ancora più prostituita di quanto non lo sia già adesso. Possibile che la presa di coscienza necessiti della ricetta farmaceutica per sentire il dolore e cercare di curarlo? Possibile che solo la sveglia istituzionale riordini i brogliacci del potere agli occhi di un’attenzione sempre più disattenta?

Dove eravate quando il Napoli nel 1988 ha venduto uno scudetto al Milan e quando in anni recenti o lontani altre compravendite hanno stabilito chi dovesse vincere e chi invece accomodato nella sala d’aspetto per la gloria? Dove eravate quando Juventus, Inter e Milan hanno modificato partite e classifiche? E l’elenco di squadre e imbrogli sarebbe enciclopedico. Tonnellate di indagini, di testimonianze, di fatti acclarati e noti, hanno affiancato la pubblica intuizione - e quanto manca alle odierne intelligenze la pubblica intuizione - quando le società di calcio erano un fatto di potere o dovevano servire alla politica, o ancor peggio alla criminalità organizzata, globalmente intesa. Dove stava la magistratura quando le società drogavano i loro calciatori? E lo sapevano tutti, ma gli stessi tutti che oggi, come allora, negano pure l’evidenza per iscriversi a quella lista di difensori a oltranza che pur di non ammettere la bruttezza del calcio, attraverso l’ammissione delle colpe dei propri beniamini, si scagliano contro gli altrove passionali per giustificare il tradimento consumatosi in casa propria? Dove stava il pubblico scandalo quando il campionato di serie A ha arruolato calciatori legati alle mafie? Calciatori parenti di mafiosi, amici di mafiosi, collusi alle mafie più di un affiliato. Hanno avuto e hanno nomi noti a tutti. Dove si è rifugiato il pubblico pudore quando calciatori della nazionale hanno inneggiato al nazismo e atleti di caratura internazionale hanno sfoggiato gestualità al limite del codice penale?

Se posso darne una definizione del tutto personale, per me lo scandalo vero è quando ci si dovrebbe scandalizzare e non lo si fa. Scandalizzarsi è anche una questione di tempestività, di scelta di tempo. Non c’è maturità popolare laddove qualcuno, sia esso investito o meno di poteri formalmente riconosciuti, spedisce lo strillone di corte per strada a urlare che il re ha colto in fallo il ladro nel suo giardino. E allora il prodotto confezionato pronto per lo scandalo postumo è il giusto premio alla pubblica opinione. C’è dentro tutto, pure la stupidità.

Nessuno può ancora stabilire con cognizione come finirà questa inchiesta. È ancora molto presto per immaginare l’epilogo dell’ennesima disavventura di un calcio che ancora di più ha il brutto sapore di un paese intero. Comunque finirà, azzardo un pronostico ancor più personale della polemica e della definizione di scandalo. La parte consistente di questa entità oscura che ci fa urlare all’emergenza come fosse un mostro mai visto prima, resterà nascosta in un sottosuolo che non so quante code nasconda. Credo che se ne dovesse mostrare una, lo farebbe con quella che non gli serve più. È una creatura mostruosa, e nessuno sa dove vive. Di tanto in tanto manda un cavaliere nero e bellissimo a far parlare di sé. Un narcisista stupido e viziato su un cavallo velocissimo. E quanto ci resta male, quando, fermo a uno stagno, s’accorge che la sua corsa si è per un attimo arrestata perché è il cavallo che ha voglia di specchiarsi.   

sebastiano di paolo, alias elio goka  

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