Volevamo un miracolo…e arriva la doppietta di Dossena!

Volevamo un miracolo…e arriva la doppietta di Dossena!

E così siamo arrivati alla resa dei conti. Non certo alla resa di Conte, che vince meritatamente lo scudetto. Il ventottesimo, sia ben chiaro. Perché noi i conti li sappiamo ancora fare.

E così siamo arrivati a tirare le somme. E il totale ci dice che siamo tre punti sotto l’Udinese. Loro devono perdere, noi dobbiamo vincere e la Lazio può anche pareggiare. Un incastro di quelli da esercizio di statistica per il calcolo delle probabilità. E c’è chi l’ha fatto, ma non ricordo bene il risultato. Sicuramente, noi abbiamo  maggiori probabilità di fare il superenalotto. Ma proprio la matematica non ci ha condannati e vogliamo sperare fino alla fine. E se c’è l’ha fatta Mancini nei minuti di recupero a ribaltare l’impossibile, allora…

…Allora, andiamo allo stadio sperando in un miracolo. Ci andiamo perché dobbiamo salutare con la tristezza nel cuore il nostro tempio, ci andiamo perché forse dobbiamo anche salutare il Pocho, ci andiamo perché altri ti hanno detto: “Che ci vai a fare? Tanto è tutto finito!” e ci andiamo pure perché ci dobbiamo organizzare per la finale di domenica. Che finito non è niente. Abbiamo ancora una trasferta da fare e una Coppa da sudare. E almeno 6 goal da vendicare alla miglior difesa del campionato…per l’occasione, forse, senza Chiellini. Il che non dispiace.

E quindi, per l’ultima volta parcheggiamo ai campetti, mostriamo l’abbonamento ai cancelli, ci facciamo tastare lo zainetto e passiamo lisci ai tornelli.

Curva ancora vuota. Meglio. Ce la godiamo fino in fondo. Ci guardiamo intorno, riconoscendo i nostri vicini uno ad uno, sapendo che probabilmente a metà agosto, o quasi, ci rivedremo qui per i preliminari di Europa League. Che tutti diciamo di non volerla fare, ma alla fine saremo tutti qui anche con la Primavera in campo. Già c’è qualcuno che lo dice. “Amma da’ curaggio a sti guagliun’!”. Questo il pretesto. Questa la malattia verso questa maglia.

A prescindere da chi la indossa. Ecco perché il pre-partita si è animato subito con il totoscommesse sulla prossima squadra di Lavezzi. Inter, PSG, Napoli. C’è chi dice che il pocho non l’ha mai amato e se ne può pure andare per soldi, c’è chi vorrebbe che smentisse tutto e dichiarasse la sua volontà di restare, c’è chi lo vede già sostituito da Insigne, chi invece Insigne lo vorrebbe vedere prima in serie A a fare esperienza, c’è qualcun altro che fischia a prescindere quando lo vede entrare in campo. Chi utilizza una metafora che potrebbe rendere l’idea: “ Se qualcuno ti dice che il tuo fidanzato forse ti tradirà tra un mese, tu che fai? Torni a casa e lo lasci preventivamente?!”. Beh, paragone azzardato, ma al momento mi ha spiazzato. Ho preferito la saggezza di mio padre: “Morto un pocho, se ne fa un altro!”. Ad ogni modo, l’amico delle corna preventive non doveva convincere me, perché a me quei fischi non  sono piaciuti. Finché indossa quella maglia, io tifo anche Lavezzi. Quando decide di non volerla più, ce la restituisce lavata e stirata, ringrazia e la daremo a qualcun altro che dovrà sudarla. Come, onestamente, ha fatto lui, almeno fino all’ultimo infortunio.

Il pre-partita è stato anche il momento delle scuse. Della mortificazione. Delle ammissioni di colpa. In settimana si è scoperto che la figlia di uno dei nostri è juventina. E ha avuto l’ardire di prenderci in giro nel nostro gruppo. Insomma, un affronto bello e buono che è stato giustamente rispedito al mittente senza mezzi termini. Massimo rispetto per il padre, ma non riusciamo a spiegarci come abbia fatto a generare un tale mostro calcistico. “Spirito di contraddizione, ma la convertiremo”. Queste le parole di un povero padre che spera nel miracolo. E noi gli vogliamo troppo bene per non sostenerlo in questa dura battaglia familiare.

Il pre-partita è stato anche il momento dell’organizzazione per Roma. Pullman piccolo o grande? Prenotato il piccolo, ma pare che resti qualcuno fuori e allora vediamo di convertirlo in grande. Colazione a sacco o si uniscono le forze? Ovviamente l’ultima. Qualcuno dà appuntamento all’una, qualcun altro pensa che all’una è veramente troppo tardi. Insomma, la testa è già lì e il bianconero del Siena passa in secondo piano.

Non quando comincia la partita. Tutti sappiamo che ci vuole una congiunzione astrale di quelle storiche, ma tutti abbiamo l’orecchio teso sugli altri campi e al goal di Dossena impazziamo di gioia. Non tanto per il goal. Ma, cazzo! Ti segna Dossena! Quello che tu hai preso in giro per partite intere, quello che nessuno se lo fila in mezzo al campo, che dopo dieci minuti ha già l’affanno, quello che la migliore partita  per il Liverpool l’ha fatta quando ci giocava contro e con la nostra maglia, quello che, come ha ricordato qualcuno:”L’amm’ semp’ chiammat’ Forrest Gump!”. Lui. E non si accontenta di uno. No! Il tempo di un balletto di un De Sanctis in versione Raffaella Carrà, e Dossena decide di mettere il secondo dentro. Doppietta che poteva essere tripletta se nell’occasione di dopo non l’avesse passata a Pandev.

Ma dagli altri campi si susseguono notizie terribili. Di Natale continua a farci del male, Gomez sbaglia un rigore, la Lazio rimonta e supera l’Inter. Insomma.  La rabbia non è tanto perché non siamo andati in Champion’s. La rabbia è nell’aver sprecato così una doppietta di Dossena! L’avevamo presa quasi come un segno del destino.

La delusione c’è, è inutile negarlo. C’è chi continua a maledire la partita di Bologna. Io dico che quello era solo l’ultimo treno. Ne abbiamo persi parecchi quest’anno. La Champion’s non l’abbiamo certo persa solo lì. Ci sarebbe bastato avere più attenzione negli ultimi dieci minuti col Catania e negli ultimi tre di Roma. 13 minuti di attenzione in più in tutto il campionato e ti ritrovavi un punto sopra l’Udinese e nell’Europa delle grandi.

E allora, ci rilassiamo. Entra Grava e l’acclamiamo come un figlio. Anche se c’è chi non lo riconosce neanche più e chiede: “ Ma chi è stu guaglion’?”. Nell’ultimo quarto d’ora riscaldiamo al voce e ripassiamo i cori anti-juve per domenica prossima.

Ci salutiamo dandoci appuntamento a domenica prossima. L’ultima. Questa volta per davvero. Lì sarà la vera resa dei conti. E speriamo anche la resa di Conte.

Lì si tireranno le somme. Lì ci vorrà una grande difesa, senza balletti di De Sanctis o colpi di tacco di Cannavaro o retropassaggi di Campagnaro. Lì ci vorrà un grande centrocampo, senza passaggi sbagliati di Gargano o lunghe dormite con la palla al piede di Inler o passaggi all’indietro di Hamsik. Lì ci vorranno grandi fasce, senza finte snervanti di Zuniga o goal sbagliati di Maggio. Lì ci vorranno grandi attaccanti, senza traverse, pali o passaggini e passaggetti sotto porta. Lì ci vorrà un grande Napoli.

Io posso solo garantire che lì ci sarà una grande Napoli.

 

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